Da Pomigliano al GuangdongIl 2010 ha riportato l’attenzione sui temi della
contrattazione collettiva e del conflitto industriale. E non solo in Italia.
La vicenda Fiat, da Pomigliano d’Arco a Mirafiori, continua a far discutere sui principi di
democrazia sindacale e di rappresentanza, sul contratto nazionale e su quello aziendale, sulla storia e sulle prospettive del settore automobilistico.
Un dibattito molto simile si è sviluppato, a livello internazionale, sull’aumento della conflittualità del lavoro nell’economia cinese, una novità che mette in discussione il luogo comune sulla facilità di
delocalizzare. Secondo l’Economist le vertenze sono cresciute del 160 per cento nella provincia costiera dello Zhejiang e del 42 per cento nel Guangdong, tra il 2008 e il 2009.
Proprio nel Guangdong, a maggio, decine di operai hanno cominciato a scioperare in massa nelle fabbriche giapponesi Honda per avere aumenti salariali e per contestare l’inadeguatezza del sindacato di stato, l’unico ammesso ai tavoli.
La nuova legge del lavoro, adottata dal governo cinese nel 2008, ancora non consente la libertà sindacale ma favorisce la contrattazione collettiva, soprattutto quando si tratta di un’impresa straniera. Dopo gli scioperi di giugno, nella provincia il salario minimo è stato aumentato per legge del 20 per cento.
Si tratta di
conquiste graduali, è vero, ma la spinta globale al ribasso del costo del lavoro e delle tutele sembra trovare un freno proprio in quei paesi che finora sono stati considerati la meta ideale della delocalizzazione. Con il trasferimento della produzione si sta spostando anche la domanda di condizioni migliori e perciò si sposta il conflitto, come d’altra parte è avvenuto negli ultimi due secoli.
Nell’industria automobilistica, in particolare, l’epicentro della conflittualità operaia si è sempre mosso insieme alla produzione: dagli Stati Uniti all’Europa occidentale e meridionale nella prima metà del ‘900, così come dall’Argentina al Brasile e al Sudafrica negli anni ‘70, per poi arrivare, nei primi anni ’90, ai paesi come la Corea e il Messico.
Anche oggi, insomma, si sta verificando quel “
doppio movimento” – descritto dal sociologo Karl Polanyi – tra
mercificazione e demercificazione del lavoro, tra la rassegnazione delle società occidentali di fronte all’erosione dei diritti e le prime ma significative reazioni di quelle orientali.
Vale ricordare che il diritto alla contrattazione collettiva, sancito in Italia dalla Costituzione e nel contesto internazionale dalla Convenzione 98 dell’ILO, agenzia Onu per il lavoro, ha diverse implicazioni politiche, sociali ed economiche.
Innanzitutto, è uno strumento di dignità del lavoro e di democrazia sociale, perché riduce lo squilibrio naturale tra
capitale e lavoro. E’ funzionale a una più equa redistribuzione della ricchezza e, attraverso il sostegno dei salari, favorisce la domanda interna, quindi la crescita e lo sviluppo economico.
Date le premesse dell’anno appena passato, il 2011 potrebbe essere determinante per la contrattazione collettiva. Determinante per la sua affermazione nelle
economie emergenti e per la sua difesa in quelle avanzate.
Fonte: blog di Vittorio Longhi, La repubblica