Entra nel vivo quindi la guerra ai sacchetti di plastica che doveva già partire dal 2010 dopo un iter iniziato nel 2007 con la legge Finanziaria.
Dal primo gennaio lo shopper di plastica è fuorilegge. Da ieri è infatti, entrata in vigore la normativa che mette al bando i sacchetti da asporto merci non biodegradabili. Una normativa che finalmente, dopo una proroga di un anno, da il via libera ai sacchetti bio che non tollera più quelli non biodegradabili. Entra nel vivo quindi la guerra ai sacchetti di plastica che doveva già partire dal 2010 dopo un iter iniziato nel 2007 con la legge Finanziaria. Allora venne previsto anche un programma sperimentale condiviso tra il ministero dello Sviluppo e quello dell'Ambiente e per l'avvio del quale venne stanziato un milione di euro sul Fondo unico investimenti per la difesa del suolo e la tutela ambientale. I sacchetti non biodegradabili però, non spariranno subito dalla circolazione. Sarà consentito agli esercizi commerciali lo smaltimento delle scorte in giacenza. Uno smaltimento consentito però, solo a titolo gratuito. Mentre i nuovi sacchetti biodegradabili o di carta riutilizzabili, bio shopper, saranno venduti a 99 centesimi l’uno. Per poter vedere i sacchetti di plastica scomparire definitivamente ci vorranno quindi ancora dei mesi. Però, il primo giorno dell’addio ai sacchetti, come la vigilia, è stato vissuto con ottimismo. In Europa sono circa 100 miliardi i sacchetti di plastica che vengono annualmente consumati. Sacchetti che vengono importati in gran parte dai Paesi asiatici come la Cina, Thailandia e Malesia. Di questi sacchetti l’Italia ne consuma mediamente 25 miliardi. Nella sola città di Roma vengono consumate ogni anno un miliardo e 600 milioni di shopper di plastica. Con l’introduzione di questa nuova normativa dunque nel 2011 l’Italia dovrebbe smaltire circa 25 miliardi di sacchetti di plastica in meno. Sacchetti che diventavano in gran parte rifiuto che andava ad inquinare per sempre l'ambiente. Questo, in quanto per decomporsi, un sacchetto di plastica, impiega almeno 200 anni. Questo fa si che la questione dello stop alle buste di plastica è di riflesso legata anche ai rifiuti. Anche perché i sacchetti bio possono essere anche riutilizzabili per tutte le frazioni di rifiuti differenziati, esclusa la plastica, compreso l'umido compostabile e, se dispersi nell'ambiente, si degradano naturalmente in poco tempo. Mentre il sacchetto di carta si può usare parzialmente per riciclare la carta e il cartone e, occasionalmente, per l'umido riciclabile e il trasporto di beni. Essi stessi sono carta parzialmente riciclata. Oggi due gennaio di fatto, è stato il primo giorno dell’entrata in vigore della legge. Almeno nel giorno dell’esordio non si è registrato quel caos e un minor servizio al consumatore che invece, Federdistribuzione, l'associazione che raggruppa la maggioranza delle aziende della Gdo operanti in Italia, aveva prognosticato nelle scorse settimane. L’associazione sta ponendo in risalto tutte le questioni legate all'applicazione della nuova normativa. In primo luogo, secondo Federdistribuzione occorre dare una definizione precisa dell'ambito operativo della norma, capire cioè quali tipi di sacchetti da asporto sono coinvolti. E’ evidente che la normativa si riferisce solo a quelli utilizzati per portare la spesa a casa, escludendo di fatto quelli impiegati per il confezionamento dell'ortofrutta, del pesce, della carne, che non servono solo per l'asporto, ma anche per la sicurezza igienico-sanitaria e qualitativa dei prodotti. A questo punto un attimo di tentennamento viene spontaneo in quanto anche in questo caso si tratta di plastica non biodegradabile. Sempre Federdistribuzione nelle scorse settimane aveva lanciato anche un altro allarme ossia che i costi della mancata vendita dei vecchi sacchetti di plastica ricadranno sulla grande distribuzione organizzata che poi si rifarà sulla clientela. A quantificarlo l’Adoc secondo cui ogni punto vendita potrebbe non incassare circa 360mila euro annui per la mancata vendita di circa 360mila sacchetti di plastica. Una perdita che però, potrebbero recuperare in parte dalla vendita di sacchetti di carta o di tela riutilizzabili. Un fatto che rende possibile il rischio di manovre speculative sul mercato che potrebbero portare ad un ulteriore aumento del costo dei sacchetti bio che già costano 4 - 5 volte più dei sacchetti non biodegradabili. E’ questo, insieme al tema dell'esaurimento delle scorte uno degli aspetti ritenuti più cruciali di questo passaggio dal sacchetto non biodegradabili a quello bio. Sono però, ormai pochi i negozi e i grandi magazzini che non hanno già sostituito da tempo, parzialmente o totalmente, i sacchetti di plastica non a norma. E non sono pochi nemmeno i Comuni che hanno già adottato ordinanze per bandire i sacchetti dal proprio territorio o per ridurne l'utilizzo indiscriminato. Un'indagine di Legambiente ha rilevato che questi comuni sono più di un centinaio. Mentre sono almeno 250 quelli che hanno affermato prima di oggi di averne l'intenzione. Tra le città più virtuose primeggia quella di Torino. L’addio ai sacchetti di plastica, per i clienti dei grandi magazzini, potrebbe comportare un risparmio annuale, per nucleo familiare, pari a 15-30 euro. Questo secondo stime fatte dall’Adoc. Stime che tengono conto che per risparmiare i consumatori dovranno però, acquistare almeno una volta un sacchetto di carta o di tela da portarsi dietro ogni volta che poi, si recano a fare la spesa. Mettendo a confronto le varie alternative al sacchetto di plastica per Legambiente il più conveniente, a livello economico e ambientale, è il sacchetto di tela riutilizzabile. I sacchetti di carta e di plastica bio invece, sono ritenuti validi principalmente come soluzione d'emergenza o come alternativa monouso. Un significativo profilo del ‘dopo sacchetto di plastica’ è stato tracciato dal simbolico referendum ‘Vota il sacco’ effettuato, nei mesi scorsi, da Legambiente davanti ai supermercati della grande distribuzione in 80 comuni italiani. Con esso si chiedeva ai consumatori cosa utilizzeranno al posto della ‘plastic bag’, in disuso a partire dal 2010. Un'iniziativa che rientrava nella campagna di Legambiente per la Settimana Europea dei rifiuti ‘Ridurre si può’. Il referendum ha raccolto 19.723 voti. Il risultato è stato che il 73,4 per cento dei consumatori si è detto favorevole alla borsa riutilizzabile, mentre il 16,2 per cento al sacchetto in bioplastica ed infine il 10,4 per cento alla busta di carta. La messa al bando dei sacchetti in plastica però, non ha trovato solo plausi, ma anche opinioni critiche. Nei mesi scorsi Unionplast, l'Associazione dei produttori di manufatti in plastica aderente a Confindustria, ha invitato ad una maggiore prudenza in merito. La tesi principalmente sostenuta dagli industriali è che il divieto non sia previsto da nessuna direttiva europea. Esiste una direttiva europea la quale dispone che un imballaggio può essere messo al bando se non soddisfa nessuno dei 4 requisiti essenziali: se non è riutilizzabile; non recuperabile per via energetica; non è riciclabile; e non è biodegradabile. Unionplast nel ricordare che il sacchetto di plastica soddisfa i primi tre requisiti fa notare che l'Italia è a rischio procedura d'infrazione da parte di Bruxelles per questa nuova normativa. Inoltre, gli industriali fanno notare che il fatto che i sacchetti bio si rompono più facilmente e costano molto di più di quelli di plastica oltre a lanciare l'allarme occupazionale per il comparto. Un comparto che da lavoro a 4mila dipendenti per u fatturato annuo di 800 milioni di euro.
Ferdinando Pelliccia
http://www.liberoreporter.it/NUKE/news.asp?id=5813buona notizia, no?! è un inizio..