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 Oggetto del messaggio: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 10:56 am 
Schiavo
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Iscritto il: sab lug 17, 2010 9:42 am
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Località: Miserriamemente Nord-Est (d’Italia)
Il fondo europeo salva stati sta stimolando gli appetiti delle banche. Ci sarà una guerra per accaparrarsi il bottino?
Per quanto riguarda l’esigenza di ricapitalizzazione delle banche bisogna mettere in chiaro che le banche stanno già pesantemente razionando il credito al punto che sembra piuttosto evidente che il circuito privato del capitale si è ormai inceppato e incagliato. Di conseguenza sembra abbastanza evidente che senza una politica monetaria che vada direttamente a finanziare una politica di investimenti pubblici è impossibile o improbabile pensare che il circuito privato del capitale possa riattivare gli investimenti.

Ma sulla destinazione di queste risorse si stanno evidenziando le contraddizioni.
Il fondo salva stati è un Frankenstein. E’ stato configurato male fin dai primordi e oggi è troppo lento, farraginoso e privo di munizioni per poter pensare ad una sua azione di contrasto. E’ evidente che l’imputato numero uno è la Germania che sotto questo punto di vista ha limitato fortemente il suo impegno. Non solo, ma la Germania si oppone anche, ed è restia a concepire la banca centrale europea come prestatore di ultima istanza. Visto che il fondo è praticamente inefficace, la sopravvivenza dell’euro dipenderà dalla Bce. Se la Germania impedisce alla Bce di essere prestatore di ultima istanza la zona euro salta.

Sì, ma con quali poteri, considerata la natura non politica della Bce?
Il trattato dell’Unione è già un colabrodo nascondersi dietro la foglia di fico dei trattati quando sono stati già violati significa nascondere degli interessi precisi. La Bce può essere prestatore di ultima istanza quando vuole. Ha bisogno solo della volontà politica. Le decisioni verranno prese dai diciotto componenti del board. Ma non sappiamo a quali pressioni questi soggetti verranno sottoposti.

Ma la Bce ha in testa solo la cosiddetta stabilità monetaria, o quel che resta…
Sono i rappresentanti delle banche centrali. A maggior ragione dobbiamo puntare i riflettori su questi individuai perché devono sapere che si stanno assumendo una maggiore responsabilità politica. Il fatto che le riunioni del consiglio direttivo sono secretate costituisce un problema in più. Sarebbe opportuno capire chi ha votato cosa.

Quali strumenti avrebbero a disposizione?
Dal punto di vista della strumentazione teniamo presente che la Bce dall’inizo della crisi ha aumentato il suo portafoglio dei titoli soltanto del 77%, mentre a Federal Reserve lo ha aumentato di oltre il 200%. Questo è un indizio di come la Federal Reserve ha iniettato molta moneta. La Bce può stampare moneta. E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

La Germania è pronta al default della Grecia oppure farà di tutto per tenerla dentro, considerato che rappresenta un mercato importante per le sue merci?
In Germania c’è un dibattito aperto e ci sono interessi contrastanti. Da un lato i tedeschi sanno che se alcuni paesi fanno default e svalutano le banche e le imprese tedesche avranno delle perdite. Guardarla solo in questa ottica è un errore. Non si può essere sicuri che allora la Germania salverà l’euro. Dall’altra, i capitali dei paesi periferici potrebbero diventare a buon mercato e quindi permettere ai più forti, cioè ai tedeschi di fare shopping. E’ quello che si verificò in Italia dopo la svalutazione della lira, quando cominciarono le privatizzazioni a beneficio degli investitori stranieri. La Germania guarda le cose da più punti di vista e in questo momento non siamo in grado di capire quali interessi sono prevalenti. Da quel che vediamo sembra prevalere l’interesse tedesco a far saltare la zona euro.

Fonte: Controlacrisi.org
_________________
Se abbandono una discussione senza rispondervi avvertitemi! - Trattative concluse: 1, 2, 3, 3, 4 :mano: >|< «Senza libertà illimitata di stampa e di riunione, senza libera lotta di opinioni, la vita muore in ogni istituzione pubblica. La libertà riservata ai partigiani del governo non è libertà. La libertà è sempre e soltanto di chi la pensa diversamente». Rosa Luxemburg
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 11:17 am 
Schiavo
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Come evitare il suicidio dell'Europa, di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski
Versione originale dell'articolo uscito (con qualche piccolo taglio) sul quotidiano il manifesto il 1 novembre 2011. L'articolo è estratto da un contributo più lungo, la cui versione integrale uscirà su Critica Marxista, n. 5, 2011

La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.



Dietro la parola d’ordine del ‘diritto all’insolvenza’ stanno ragioni forti: resistere all’austerità; contestare l’illegittimità di parte della spesa pubblica, e le condizioni imposte dalla finanza per finanziarla. La campagna per un audit sul debito è giusta. Ma l’insolvenza non è la bacchetta magica. E per chi ci facesse un pensiero, l’Italia non è lo stesso gioco della Grecia. Non è destinata al default, né si salva con l’illusionismo.

Giacché sul Fatto quotidiano ha ricordato due cose. Al debito pubblico corrisponde ricchezza privata, detenuta da investitori, banche, compagnie assicurative, fondi italiani, per circa il 30%: lavoratori e ceto medio sarebbero colpiti duramente. Poi, praticare un default selettivo è di difficile praticabilità: si può selezionare le passività di cui negare il pagamento, non i creditori. L’attesa di un default dei paesi in difficoltà e della implosione dell’area attivano una tenaglia descritta da Pitagora. Sul piano globale: i fondi fuggono dall’euro verso il dollaro, con gli Stati Uniti che evitano per adesso la discesa nel baratro. Dentro l’area dell’euro: si fugge dai titoli degli stati a rischio verso quelli degli stati forti. Il depauperamento di famiglie e imprese aggrava la deflazione da debiti nelle aree in difficoltà, portando a una contrazione della domanda (interna) e lasciando l’onere del traino sulle spalle di una (ipotetica) domanda estera.

A seguito della paralisi del sistema bancario, dell’esplosione del debito estero, dell’esclusione dal credito internazionale e del razionamento di quello interno, default + svalutazione aumentano il peso del riaggiustamento sul potere d’acquisto dei lavoratori. E’ vero che nel caso italiano (secondo esportatore di manufatti in Europa) un balzo verso l’alto della competitività non è una chimera. Il recupero dei profitti non sarebbe però legato a un miglioramento tecnico-organizzativo, e seguirebbe (in un paese dipendente dall’estero per materie prime e alta tecnologia) un forte aumento dei prezzi delle importazioni.

La crisi va battuta fermando l’effetto domino e aprendo una speranza: affrontando contemporaneamente crisi finanziaria e crisi reale. Dal lato finanziario occorre riscadenzare i pagamenti e abbattere i costi del debito. In Grecia, le banche hanno sostenuto il debito pubblico, rifinanziandosi con la BCE. Meccanismo indiretto ma efficace, se pure ‘disegnato’ perversamente: con tassi di interessi da usura, e nutrendo la speculazione. I governi colpiti da tassi d’interesse usurari sui titoli a lunga possono, però, abbassarli. Emettono un largo ammontare di propri effetti a breve scadenza, acquistati dalle banche attratte da un interesse più alto dei loro depositi presso la banca centrale. La moneta raccolta è usata per acquistare le proprie obbligazioni a lunga nel mercato secondario. Il prezzo di mercato sale, abbattendo il tasso effettivo d’interesse; e le banche non vendono i titoli di stato in perdita. La manovra consente al governo di piazzare i titoli a lunga a rendimenti effettivi più bassi di quelli attuali, finanziando le operazioni correnti e restituendo l’indebitamento a breve.

L’ossessione di istituzioni e commentatori sulla ricapitalizzazione delle banche elude invece il cuore della questione. Ha ragione Schumpeter: un sistema bancario è solido solo se lo è l’economia in cui opera. Il nuovo capitale non sarà mai sufficiente. Non migliora l’attivo delle banche,e i debiti cresceranno comunque per i bisogni di finanziamento dei governi. Il problema è far divenire sicuri titoli di stato potenzialmente rischiosi: il che comporta garantirne permanentemente la liquidità sui mercati secondari.

Solo il rilancio dell’economia reale può portare a un pareggio del bilancio pubblico, come pretende la BCE. Il pareggio è obiettivo sensato esclusivamente per la spesa corrente e in riferimento al reddito di pieno impiego. Oggi ci vogliono investimenti pubblici per combattere disoccupazione e precariato. Tutto ciò richiede disavanzi primari dello stato: un accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL, riassorbito tramite un aumento del denominatore. Disavanzi ‘buoni’ (Parguez), produttivi non solo di domanda, reddito e occupazione più alti, ma anche di migliore composizione della produzione. Il vero problema è la deflazione da debiti, lo ‘sgonfiamento’ maligno (perché ricade sull’economia reale) dei bilanci. Il governo deve fornire asset solidi alle banche: prendere a prestito di più, ma per coprire spese che contribuiscono allo sviluppo reale dell’economia, a valori d’uso per la società.

Dal lato delle entrate, l’equilibrio di bilancio va perseguito aumentando l’imposizione fiscale sui ceti abbienti: maggiore progressività del prelievo, patrimoniale, lotta all’evasione, sono ineludibili. Dal lato delle spese, il settore privato non è trainante nella ‘reflazione’. La spesa dei governi, al netto degli interessi, sul debito, deve essere aumentata (altrimenti la base imponibile sarebbe falcidiata, e il rapporto debito/PIL crescerebbe). Gli stati possono aumentare i salari nel pubblico impiego, accrescere il salario minimo e introdurre sostegni al reddito. Con la ripresa bisognerebbe favorire un aumento più generalizzato dei salari. L’austerità impedisce che si generino i desiderati avanzi per pagare il debito. Per questo va posto esplicitamente l’obiettivo che i disavanzi primari siano mantenuti sino a che la crescita nominale non riduca la quota del debito.

Le misure su salario/reddito e disavanzi intendono far emergere, in condizioni socialmente accettabili, quel processo inflazionistico europeo che renderebbe l’uscita dal debito relativamente veloce e indolore. Non sarebbe così se i disavanzi si concentrassero soltanto sui paesi che sperimentano una deflazione dei prezzi (al netto dell’inflazione da materie prime, tariffe, trasporti, etc.), e si mantenesse l’intento di sopprimere l’aumento dei prezzi. La BCE deve mutare esplicitamente indirizzo, mantenendo liquido il mercato dei titoli di stato per accompagnare i necessari disavanzi pubblici primari.

Qui si apre il tema più complesso. La stabilizzazione finanziaria deve accompagnarsi alla reflazione della domanda, ma quest’ultima deve tradursi in una riqualificazione della spesa pubblica, che muti i caratteri dell’offerta e rafforzi il welfare. La crisi è capitalistica. E’ appena a metà del suo decorso naturale: fatto di svalorizzazione e centralizzazione del capitale; dell’apertura di nuovi orizzonti alla valorizzazione; di nuove ‘recinzioni’ dei beni comuni. Porta con sé un violento attacco contro il lavoro nel pubblico e nel privato, domestico e migrante, nella produzione e nella riproduzione. La disoccupazione di massa di un lavoro tutto precario è la ‘nuova normalità’. E’ urgente rispondere alla domanda di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva (la capital asset inflation ha maturato consenso nel ceto medio e nel mondo del lavoro perché forniva una illusoria difesa). E’ urgente un programma minimo il cui centro siano la socializzazione degli investimenti, le banche come public utilities, lo Stato garante diretto di buona e piena occupazione, il controllo dei capitali.

* Jan Toporowski è Professore di Economics and Finance e Direttore del Department of Economics alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. Ha lavorato nella gestione dei fondi e nel sistema bancario internazionale. Nel 1987 ha perso il suo lavoro di Senior Economist alla Standard Chartered Bank di Londra per la pubblicazione di un articolo sul Financial Times che sottolineava i paralleli tra la crisi internazionale del debito degli anni Ottanta e l’analisi dei prestiti internazionali fornita da Rosa Luxemburg prima della Prima Guerra Mondiale. Nel 2005 è stato Visiting Research Fellow alla Bank of Finland. Il suo volume più recente è “Why the World Economy Needs a Financial Crash” and Other Critical Essays on Finance and Financial Economics (Anthem Press 2010).
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 11:23 am 
Schiavo
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Chairon @ ha scritto:
Il fondo europeo salva stati sta stimolando gli appetiti delle banche. Ci sarà una guerra per accaparrarsi il bottino?
Per quanto riguarda l’esigenza di ricapitalizzazione delle banche bisogna mettere in chiaro che le banche stanno già pesantemente razionando il credito al punto che sembra piuttosto evidente che il circuito privato del capitale si è ormai inceppato e incagliato. Di conseguenza sembra abbastanza evidente che senza una politica monetaria che vada direttamente a finanziare una politica di investimenti pubblici è impossibile o improbabile pensare che il circuito privato del capitale possa riattivare gli investimenti.

Ma sulla destinazione di queste risorse si stanno evidenziando le contraddizioni.
Il fondo salva stati è un Frankenstein. E’ stato configurato male fin dai primordi e oggi è troppo lento, farraginoso e privo di munizioni per poter pensare ad una sua azione di contrasto. E’ evidente che l’imputato numero uno è la Germania che sotto questo punto di vista ha limitato fortemente il suo impegno. Non solo, ma la Germania si oppone anche, ed è restia a concepire la banca centrale europea come prestatore di ultima istanza. Visto che il fondo è praticamente inefficace, la sopravvivenza dell’euro dipenderà dalla Bce. Se la Germania impedisce alla Bce di essere prestatore di ultima istanza la zona euro salta.

Sì, ma con quali poteri, considerata la natura non politica della Bce?
Il trattato dell’Unione è già un colabrodo nascondersi dietro la foglia di fico dei trattati quando sono stati già violati significa nascondere degli interessi precisi. La Bce può essere prestatore di ultima istanza quando vuole. Ha bisogno solo della volontà politica. Le decisioni verranno prese dai diciotto componenti del board. Ma non sappiamo a quali pressioni questi soggetti verranno sottoposti.

Ma la Bce ha in testa solo la cosiddetta stabilità monetaria, o quel che resta…
Sono i rappresentanti delle banche centrali. A maggior ragione dobbiamo puntare i riflettori su questi individuai perché devono sapere che si stanno assumendo una maggiore responsabilità politica. Il fatto che le riunioni del consiglio direttivo sono secretate costituisce un problema in più. Sarebbe opportuno capire chi ha votato cosa.

Quali strumenti avrebbero a disposizione?
Dal punto di vista della strumentazione teniamo presente che la Bce dall’inizo della crisi ha aumentato il suo portafoglio dei titoli soltanto del 77%, mentre a Federal Reserve lo ha aumentato di oltre il 200%. Questo è un indizio di come la Federal Reserve ha iniettato molta moneta. La Bce può stampare moneta. E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

La Germania è pronta al default della Grecia oppure farà di tutto per tenerla dentro, considerato che rappresenta un mercato importante per le sue merci?
In Germania c’è un dibattito aperto e ci sono interessi contrastanti. Da un lato i tedeschi sanno che se alcuni paesi fanno default e svalutano le banche e le imprese tedesche avranno delle perdite. Guardarla solo in questa ottica è un errore. Non si può essere sicuri che allora la Germania salverà l’euro. Dall’altra, i capitali dei paesi periferici potrebbero diventare a buon mercato e quindi permettere ai più forti, cioè ai tedeschi di fare shopping. E’ quello che si verificò in Italia dopo la svalutazione della lira, quando cominciarono le privatizzazioni a beneficio degli investitori stranieri. La Germania guarda le cose da più punti di vista e in questo momento non siamo in grado di capire quali interessi sono prevalenti. Da quel che vediamo sembra prevalere l’interesse tedesco a far saltare la zona euro.

Fonte: Controlacrisi.org


Gesù è vita...brancaccio e' peggio di silvio
ha veramente la faccia come uno sfintere, perche' numeri aside lui l'economia la capisce benissimo...ed e' vomitevole leggere da lui la seguente
Cita:
E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

in b4 curva di phillips (qualcuno l'ha mai vista all'opera... :ncasd:)
mente sapendo di mentire
:better:
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"Whereof one cannot speak, thereof one must be silent."

"Ed e' per questo che propongo l'istituzione del premio Nobel per il Wrestling"
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MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 11:37 am 
Schiavo
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Chairon @ ha scritto:
Come evitare il suicidio dell'Europa, di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski
Versione originale dell'articolo uscito (con qualche piccolo taglio) sul quotidiano il manifesto il 1 novembre 2011. L'articolo è estratto da un contributo più lungo, la cui versione integrale uscirà su Critica Marxista, n. 5, 2011

La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.



Dietro la parola d’ordine del ‘diritto all’insolvenza’ stanno ragioni forti: resistere all’austerità; contestare l’illegittimità di parte della spesa pubblica, e le condizioni imposte dalla finanza per finanziarla. La campagna per un audit sul debito è giusta. Ma l’insolvenza non è la bacchetta magica. E per chi ci facesse un pensiero, l’Italia non è lo stesso gioco della Grecia. Non è destinata al default, né si salva con l’illusionismo.

Giacché sul Fatto quotidiano ha ricordato due cose. Al debito pubblico corrisponde ricchezza privata, detenuta da investitori, banche, compagnie assicurative, fondi italiani, per circa il 30%: lavoratori e ceto medio sarebbero colpiti duramente. Poi, praticare un default selettivo è di difficile praticabilità: si può selezionare le passività di cui negare il pagamento, non i creditori. L’attesa di un default dei paesi in difficoltà e della implosione dell’area attivano una tenaglia descritta da Pitagora. Sul piano globale: i fondi fuggono dall’euro verso il dollaro, con gli Stati Uniti che evitano per adesso la discesa nel baratro. Dentro l’area dell’euro: si fugge dai titoli degli stati a rischio verso quelli degli stati forti. Il depauperamento di famiglie e imprese aggrava la deflazione da debiti nelle aree in difficoltà, portando a una contrazione della domanda (interna) e lasciando l’onere del traino sulle spalle di una (ipotetica) domanda estera.

A seguito della paralisi del sistema bancario, dell’esplosione del debito estero, dell’esclusione dal credito internazionale e del razionamento di quello interno, default + svalutazione aumentano il peso del riaggiustamento sul potere d’acquisto dei lavoratori. E’ vero che nel caso italiano (secondo esportatore di manufatti in Europa) un balzo verso l’alto della competitività non è una chimera. Il recupero dei profitti non sarebbe però legato a un miglioramento tecnico-organizzativo, e seguirebbe (in un paese dipendente dall’estero per materie prime e alta tecnologia) un forte aumento dei prezzi delle importazioni.

La crisi va battuta fermando l’effetto domino e aprendo una speranza: affrontando contemporaneamente crisi finanziaria e crisi reale. Dal lato finanziario occorre riscadenzare i pagamenti e abbattere i costi del debito. In Grecia, le banche hanno sostenuto il debito pubblico, rifinanziandosi con la BCE. Meccanismo indiretto ma efficace, se pure ‘disegnato’ perversamente: con tassi di interessi da usura, e nutrendo la speculazione. I governi colpiti da tassi d’interesse usurari sui titoli a lunga possono, però, abbassarli. Emettono un largo ammontare di propri effetti a breve scadenza, acquistati dalle banche attratte da un interesse più alto dei loro depositi presso la banca centrale. La moneta raccolta è usata per acquistare le proprie obbligazioni a lunga nel mercato secondario. Il prezzo di mercato sale, abbattendo il tasso effettivo d’interesse; e le banche non vendono i titoli di stato in perdita. La manovra consente al governo di piazzare i titoli a lunga a rendimenti effettivi più bassi di quelli attuali, finanziando le operazioni correnti e restituendo l’indebitamento a breve.

L’ossessione di istituzioni e commentatori sulla ricapitalizzazione delle banche elude invece il cuore della questione. Ha ragione Schumpeter: un sistema bancario è solido solo se lo è l’economia in cui opera. Il nuovo capitale non sarà mai sufficiente. Non migliora l’attivo delle banche,e i debiti cresceranno comunque per i bisogni di finanziamento dei governi. Il problema è far divenire sicuri titoli di stato potenzialmente rischiosi: il che comporta garantirne permanentemente la liquidità sui mercati secondari.

Solo il rilancio dell’economia reale può portare a un pareggio del bilancio pubblico, come pretende la BCE. Il pareggio è obiettivo sensato esclusivamente per la spesa corrente e in riferimento al reddito di pieno impiego. Oggi ci vogliono investimenti pubblici per combattere disoccupazione e precariato. Tutto ciò richiede disavanzi primari dello stato: un accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL, riassorbito tramite un aumento del denominatore. Disavanzi ‘buoni’ (Parguez), produttivi non solo di domanda, reddito e occupazione più alti, ma anche di migliore composizione della produzione. Il vero problema è la deflazione da debiti, lo ‘sgonfiamento’ maligno (perché ricade sull’economia reale) dei bilanci. Il governo deve fornire asset solidi alle banche: prendere a prestito di più, ma per coprire spese che contribuiscono allo sviluppo reale dell’economia, a valori d’uso per la società.

Dal lato delle entrate, l’equilibrio di bilancio va perseguito aumentando l’imposizione fiscale sui ceti abbienti: maggiore progressività del prelievo, patrimoniale, lotta all’evasione, sono ineludibili. Dal lato delle spese, il settore privato non è trainante nella ‘reflazione’. La spesa dei governi, al netto degli interessi, sul debito, deve essere aumentata (altrimenti la base imponibile sarebbe falcidiata, e il rapporto debito/PIL crescerebbe). Gli stati possono aumentare i salari nel pubblico impiego, accrescere il salario minimo e introdurre sostegni al reddito. Con la ripresa bisognerebbe favorire un aumento più generalizzato dei salari. L’austerità impedisce che si generino i desiderati avanzi per pagare il debito. Per questo va posto esplicitamente l’obiettivo che i disavanzi primari siano mantenuti sino a che la crescita nominale non riduca la quota del debito.

Le misure su salario/reddito e disavanzi intendono far emergere, in condizioni socialmente accettabili, quel processo inflazionistico europeo che renderebbe l’uscita dal debito relativamente veloce e indolore. Non sarebbe così se i disavanzi si concentrassero soltanto sui paesi che sperimentano una deflazione dei prezzi (al netto dell’inflazione da materie prime, tariffe, trasporti, etc.), e si mantenesse l’intento di sopprimere l’aumento dei prezzi. La BCE deve mutare esplicitamente indirizzo, mantenendo liquido il mercato dei titoli di stato per accompagnare i necessari disavanzi pubblici primari.

Qui si apre il tema più complesso. La stabilizzazione finanziaria deve accompagnarsi alla reflazione della domanda, ma quest’ultima deve tradursi in una riqualificazione della spesa pubblica, che muti i caratteri dell’offerta e rafforzi il welfare. La crisi è capitalistica. E’ appena a metà del suo decorso naturale: fatto di svalorizzazione e centralizzazione del capitale; dell’apertura di nuovi orizzonti alla valorizzazione; di nuove ‘recinzioni’ dei beni comuni. Porta con sé un violento attacco contro il lavoro nel pubblico e nel privato, domestico e migrante, nella produzione e nella riproduzione. La disoccupazione di massa di un lavoro tutto precario è la ‘nuova normalità’. E’ urgente rispondere alla domanda di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva (la capital asset inflation ha maturato consenso nel ceto medio e nel mondo del lavoro perché forniva una illusoria difesa). E’ urgente un programma minimo il cui centro siano la socializzazione degli investimenti, le banche come public utilities, lo Stato garante diretto di buona e piena occupazione, il controllo dei capitali.

* Jan Toporowski è Professore di Economics and Finance e Direttore del Department of Economics alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. Ha lavorato nella gestione dei fondi e nel sistema bancario internazionale. Nel 1987 ha perso il suo lavoro di Senior Economist alla Standard Chartered Bank di Londra per la pubblicazione di un articolo sul Financial Times che sottolineava i paralleli tra la crisi internazionale del debito degli anni Ottanta e l’analisi dei prestiti internazionali fornita da Rosa Luxemburg prima della Prima Guerra Mondiale. Nel 2005 è stato Visiting Research Fellow alla Bank of Finland. Il suo volume più recente è “Why the World Economy Needs a Financial Crash” and Other Critical Essays on Finance and Financial Economics (Anthem Press 2010).

c'è un motivo per cui questi geni moderni dell'economia scrivono su "critica marxista" anxichè sul FT o sul WSJ :vabe:
_________________
http://www.youtube.com/watch?v=kZFr72rqlXM&feature=related <-- Polenta Violenta !
http://www.youtube.com/watch?v=0ITNhNXTmmU&feature=related <-- semo i teroni del nord !
http://www.hwupgrade.org/forum/viewtopic.php?f=46&t=23195 <-- Repetita Iuvant !
http://www.youtube.com/watch?v=4uh6J0UsaPM&NR=1 <-- ti vogliamo così !
(parlando dell'Africa) - “all our social policies are based on the fact that their intelligence is the same as ours – whereas all the testing says not really” (James D. Watson)

no alla sperimentazione sugli animali
si alla sperimentazione sugli animalisti
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Chairon @ ha scritto:
Come evitare il suicidio dell'Europa, di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski
Versione originale dell'articolo uscito (con qualche piccolo taglio) sul quotidiano il manifesto il 1 novembre 2011. L'articolo è estratto da un contributo più lungo, la cui versione integrale uscirà su Critica Marxista, n. 5, 2011

La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.



Dietro la parola d’ordine del ‘diritto all’insolvenza’ stanno ragioni forti: resistere all’austerità; contestare l’illegittimità di parte della spesa pubblica, e le condizioni imposte dalla finanza per finanziarla. La campagna per un audit sul debito è giusta. Ma l’insolvenza non è la bacchetta magica. E per chi ci facesse un pensiero, l’Italia non è lo stesso gioco della Grecia. Non è destinata al default, né si salva con l’illusionismo.

Giacché sul Fatto quotidiano ha ricordato due cose. Al debito pubblico corrisponde ricchezza privata, detenuta da investitori, banche, compagnie assicurative, fondi italiani, per circa il 30%: lavoratori e ceto medio sarebbero colpiti duramente. Poi, praticare un default selettivo è di difficile praticabilità: si può selezionare le passività di cui negare il pagamento, non i creditori. L’attesa di un default dei paesi in difficoltà e della implosione dell’area attivano una tenaglia descritta da Pitagora. Sul piano globale: i fondi fuggono dall’euro verso il dollaro, con gli Stati Uniti che evitano per adesso la discesa nel baratro. Dentro l’area dell’euro: si fugge dai titoli degli stati a rischio verso quelli degli stati forti. Il depauperamento di famiglie e imprese aggrava la deflazione da debiti nelle aree in difficoltà, portando a una contrazione della domanda (interna) e lasciando l’onere del traino sulle spalle di una (ipotetica) domanda estera.

A seguito della paralisi del sistema bancario, dell’esplosione del debito estero, dell’esclusione dal credito internazionale e del razionamento di quello interno, default + svalutazione aumentano il peso del riaggiustamento sul potere d’acquisto dei lavoratori. E’ vero che nel caso italiano (secondo esportatore di manufatti in Europa) un balzo verso l’alto della competitività non è una chimera. Il recupero dei profitti non sarebbe però legato a un miglioramento tecnico-organizzativo, e seguirebbe (in un paese dipendente dall’estero per materie prime e alta tecnologia) un forte aumento dei prezzi delle importazioni.

La crisi va battuta fermando l’effetto domino e aprendo una speranza: affrontando contemporaneamente crisi finanziaria e crisi reale. Dal lato finanziario occorre riscadenzare i pagamenti e abbattere i costi del debito. In Grecia, le banche hanno sostenuto il debito pubblico, rifinanziandosi con la BCE. Meccanismo indiretto ma efficace, se pure ‘disegnato’ perversamente: con tassi di interessi da usura, e nutrendo la speculazione. I governi colpiti da tassi d’interesse usurari sui titoli a lunga possono, però, abbassarli. Emettono un largo ammontare di propri effetti a breve scadenza, acquistati dalle banche attratte da un interesse più alto dei loro depositi presso la banca centrale. La moneta raccolta è usata per acquistare le proprie obbligazioni a lunga nel mercato secondario. Il prezzo di mercato sale, abbattendo il tasso effettivo d’interesse; e le banche non vendono i titoli di stato in perdita. La manovra consente al governo di piazzare i titoli a lunga a rendimenti effettivi più bassi di quelli attuali, finanziando le operazioni correnti e restituendo l’indebitamento a breve.

L’ossessione di istituzioni e commentatori sulla ricapitalizzazione delle banche elude invece il cuore della questione. Ha ragione Schumpeter: un sistema bancario è solido solo se lo è l’economia in cui opera. Il nuovo capitale non sarà mai sufficiente. Non migliora l’attivo delle banche,e i debiti cresceranno comunque per i bisogni di finanziamento dei governi. Il problema è far divenire sicuri titoli di stato potenzialmente rischiosi: il che comporta garantirne permanentemente la liquidità sui mercati secondari.

Solo il rilancio dell’economia reale può portare a un pareggio del bilancio pubblico, come pretende la BCE. Il pareggio è obiettivo sensato esclusivamente per la spesa corrente e in riferimento al reddito di pieno impiego. Oggi ci vogliono investimenti pubblici per combattere disoccupazione e precariato. Tutto ciò richiede disavanzi primari dello stato: un accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL, riassorbito tramite un aumento del denominatore. Disavanzi ‘buoni’ (Parguez), produttivi non solo di domanda, reddito e occupazione più alti, ma anche di migliore composizione della produzione. Il vero problema è la deflazione da debiti, lo ‘sgonfiamento’ maligno (perché ricade sull’economia reale) dei bilanci. Il governo deve fornire asset solidi alle banche: prendere a prestito di più, ma per coprire spese che contribuiscono allo sviluppo reale dell’economia, a valori d’uso per la società.

Dal lato delle entrate, l’equilibrio di bilancio va perseguito aumentando l’imposizione fiscale sui ceti abbienti: maggiore progressività del prelievo, patrimoniale, lotta all’evasione, sono ineludibili. Dal lato delle spese, il settore privato non è trainante nella ‘reflazione’. La spesa dei governi, al netto degli interessi, sul debito, deve essere aumentata (altrimenti la base imponibile sarebbe falcidiata, e il rapporto debito/PIL crescerebbe). Gli stati possono aumentare i salari nel pubblico impiego, accrescere il salario minimo e introdurre sostegni al reddito. Con la ripresa bisognerebbe favorire un aumento più generalizzato dei salari. L’austerità impedisce che si generino i desiderati avanzi per pagare il debito. Per questo va posto esplicitamente l’obiettivo che i disavanzi primari siano mantenuti sino a che la crescita nominale non riduca la quota del debito.

Le misure su salario/reddito e disavanzi intendono far emergere, in condizioni socialmente accettabili, quel processo inflazionistico europeo che renderebbe l’uscita dal debito relativamente veloce e indolore. Non sarebbe così se i disavanzi si concentrassero soltanto sui paesi che sperimentano una deflazione dei prezzi (al netto dell’inflazione da materie prime, tariffe, trasporti, etc.), e si mantenesse l’intento di sopprimere l’aumento dei prezzi. La BCE deve mutare esplicitamente indirizzo, mantenendo liquido il mercato dei titoli di stato per accompagnare i necessari disavanzi pubblici primari.

Qui si apre il tema più complesso. La stabilizzazione finanziaria deve accompagnarsi alla reflazione della domanda, ma quest’ultima deve tradursi in una riqualificazione della spesa pubblica, che muti i caratteri dell’offerta e rafforzi il welfare. La crisi è capitalistica. E’ appena a metà del suo decorso naturale: fatto di svalorizzazione e centralizzazione del capitale; dell’apertura di nuovi orizzonti alla valorizzazione; di nuove ‘recinzioni’ dei beni comuni. Porta con sé un violento attacco contro il lavoro nel pubblico e nel privato, domestico e migrante, nella produzione e nella riproduzione. La disoccupazione di massa di un lavoro tutto precario è la ‘nuova normalità’. E’ urgente rispondere alla domanda di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva (la capital asset inflation ha maturato consenso nel ceto medio e nel mondo del lavoro perché forniva una illusoria difesa). E’ urgente un programma minimo il cui centro siano la socializzazione degli investimenti, le banche come public utilities, lo Stato garante diretto di buona e piena occupazione, il controllo dei capitali.

* Jan Toporowski è Professore di Economics and Finance e Direttore del Department of Economics alla SOAS (School of Oriental and African Studies), University of London. Ha lavorato nella gestione dei fondi e nel sistema bancario internazionale. Nel 1987 ha perso il suo lavoro di Senior Economist alla Standard Chartered Bank di Londra per la pubblicazione di un articolo sul Financial Times che sottolineava i paralleli tra la crisi internazionale del debito degli anni Ottanta e l’analisi dei prestiti internazionali fornita da Rosa Luxemburg prima della Prima Guerra Mondiale. Nel 2005 è stato Visiting Research Fellow alla Bank of Finland. Il suo volume più recente è “Why the World Economy Needs a Financial Crash” and Other Critical Essays on Finance and Financial Economics (Anthem Press 2010).


:cereal:

:LOL: :LOL: :LOL:
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 12:16 pm 
Schiavo
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entanglement @ ha scritto:
c'è un motivo per cui questi geni moderni dell'economia scrivono su "critica marxista" anxichè sul FT o sul WSJ :vabe:

Il Financial Times è quello che nell’Argentina prima del default: sí sí, va tutto bene, continuate cosí.
Il Wall Street Journal è... il giornale di Wall Street.

Niente da dire sulla qualità degli articoli, penso solo che abbiano dei loro punti di vista, diversi dal mio.
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 1:15 pm 
Schiavo
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Le opinioni sono tutte legittime. Ci sono diverse scuole di pensiero su come dovrebbe essere affrontata una crisi del genere e le variabili in gioco sono cosi` tante che NESSUNO puo` dirsi sicuro che la soluzione che propone sia la migliore. Diverso e` pero` scrivere cose che non hanno ne` testa ne` coda e che sono completamente al di fuori della scienza economica e soprattutto fuori dalla realta`.
Una cosa e` dire "l'inflazione al 5% non e` la fine del mondo e la BCE sbaglia ad essere ossessionata dall'inflazione". Un'altra e` dire che non e` dimostrato scientificamente che se la BCE si mettesse a stampare monete questo provocherebbe un ulteriore balzo dell'inflazione.
Una cosa e` dire che la crisi in cui ci troviamo non e` colpa della Grecia e che se non ci fosse stata la Grecia sarebbe scoppiata in Belgio ( :LOL: ). Un' altra cosa e` dire che la Germania ha sbagliato a gestire il problema Greco e per certi versi ha peggiorato la situazione.
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[...]It appeared that there had even been demonstrations to thank Big Brother for raising the chocolate ration to twenty grammes a week. And only yesterday, he reflected, it had been announced that the ration was to be reduced to twenty grammes a week. Was it possible that they could swallow that, after only twenty-four hours? Yes, they swallowed it. Parsons swallowed it easily, with the stupidity of an animal.[...]
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 2:07 pm 
Schiavo
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C’è scritto:
La Bce può stampare moneta. E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

Non che stampare moneta non provochi in assoluto inflazione, ma piuttosto che in fasi come questa l’aumento dell’inflazione dipende da altri fattori.


Del resto l’idea che la BCE debba essere un prestatore d’ultima istanza non è un’idea del solo Brancaccio, è solo in Italia che è cosí minoritaria. La Fed negli USA, la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone lo fanno da un bel pezzo.
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 2:38 pm 
Schiavo
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Chairon @ ha scritto:
C’è scritto:
La Bce può stampare moneta. E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

Non che stampare moneta non provochi in assoluto inflazione, ma piuttosto che in fasi come questa l’aumento dell’inflazione dipende da altri fattori.


Del resto l’idea che la BCE debba essere un prestatore d’ultima istanza non è un’idea del solo Brancaccio, è solo in Italia che è cosí minoritaria. La Fed negli USA, la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone lo fanno da un bel pezzo.

L'inflazione non dipende solo dall'emissione di moneta. OK, siamo d'accordo.
Ma nell'articolo c'e` scritto che non c'e` relazione tra emissione di moneta e inflazione. Su non scherziamo. In qualsiasi fase l'emissione di moneta da una spinta all'inflazione. Negli USA c'e` stato un aumento di prezzi considerevole negli ultimi anni. Ripeto si puo` discutere sul fatto se sia o meno un male necessario per rilanciare l'economia, ma non sul fatto che emettere moneta dia un contributo all'inflazione. Se non si e` d'accordo neanche sulle basi e` proprio inutile discutere oltre.

Il ruolo della BCE e` stabilito con chiarezza nei trattati. Se si vuole che operi diversamente si devono cambiare quelli.

Intanto Draghi ha abbassato i tassi.
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 Oggetto del messaggio: Re: Brancaccio: "La Bce potrebbe salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 3:04 pm 
Schiavo
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Non credo che volesse negare il fatto in senso assoluto, ma indicare che al momento non sia quello il fattore determinante, poi non saprei dovresti chiedere a lui.

La Bce ha già violato i trattati quindi continuare a farlo non cambierebbe molto rispetto a quanto fatto sinora, anche se ovviamente sono dell’idea che andrebbero cambiati.

L’inflazione (prima che qualcuno mi mostri le banconote della Repubblica di Weimar: intendo un’inflazione moderata, non a due o piú cifre) può incentivare ad investire (lasciare i soldi fermi equivale a perderli), poi ha anche i suoi contra, ma in questo momento mi sembra che ci siano problemi maggiori.
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MessaggioInviato: gio nov 03, 2011 3:14 pm 
Schiavo
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Chairon @ ha scritto:
Non credo che volesse negare il fatto in senso assoluto, ma indicare che al momento non sia quello il fattore determinante, poi non saprei dovresti chiedere a lui.

La Bce ha già violato i trattati quindi continuare a farlo non cambierebbe molto rispetto a quanto fatto sinora, anche se ovviamente sono dell’idea che andrebbero cambiati.

L’inflazione (prima che qualcuno mi mostri le banconote della Repubblica di Weimar: intendo un’inflazione moderata, non a due o piú cifre) può incentivare ad investire (lasciare i soldi fermi equivale a perderli), poi ha anche i suoi contra, ma in questo momento mi sembra che ci siano problemi maggiori.


aspettative razionali. :yeah:
e' tutto un ENORME problema di credibilita' e governance (in k paesi) che sono andate a farsi spompinare a pattaya...
aumentare a uffa m2 ora ti farebbe solo stagflare.
:wink:
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