Secondo Fabio Chiusi sono tutte minchiate (ovviamente)
http://ilnichilista.wordpress.com/2011/ ... far-figli/vorrei replicare, come è consueto a questo blog, senza l’indifferenza o l’indignazione che pur si meriterebbe. E utilizzare il parere raccolto – dopo una estesa e documentata analisi della letteratura sull’argomento – da Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber nel recente volume Cose da non credere. Che serve proprio a mettere «il senso comune», anche quello di Langone, «alla prova dei fatti».
Scrivono Dalla Zuanna e Weber (pp. 58-59):
Nelle zone ricche del mondo a legami familiari forti (la sponda Nord del Mediterraneo e l’Asia centrale), la bassa fecondità è anche oggi il grimaldello utilizzato dai genitori per garantire ai figli – o all’unico – figlio – una condizione sociale migliore, o almeno non peggiore, rispetto alla propria. Inoltre, la bassa fecondità e la densità dei rapporti fra genitori e figli sono interconnesse alle forme in cui, nel corso del tempo, il sistema fiscale e di sicurezza sociale e il mercato privato dei servizi si sono organizzati in senso poco favorevole alle famiglie con figli. In questi paesi non è vero che le coppie non vogliono avere più figli: all’opposto, molte coppie vivono con sofferenza la rinuncia ad avere un figlio in più. Il fatto è che i bambini con più fratelli sono penalizzati dal punto di vista economico, godendo di opportunità assai inferiori rispetto ai figli unici e a chi ha un solo fratello. Inoltre, spesso le coppie debbono fare salti mortali per conciliare il lavoro con i figli: molte donne sono, in pratica, costrette ad abbandonare il lavoro dopo la prima o le successive maternità. Vedendo quanto accade nei paesi europei ricchi dove nascono più figli (in Svezia, in Francia e perfino nel più liberista Regno Unito) è evidente che in Italia – se si vogliono veramente attenuare queste ineguaglianze e sofferenze, creando condizioni più favorevoli alla genitorialità – sarebbe necessario intervenire sia sul versante monetario sia su quello dei servizi. Le famiglie con più figli a reddito medio-basso andrebbero fiscalmente favorite, con misure continuative ed economicamente rilevanti, e a tutte le coppie andrebbe garantita la possibilità – se lo desiderano – di conciliare un doppio reddito con la gioia di diventare più volte genitori, grazie a servizi economicamente ragionevoli e di buona qualità. Perché nelle società a sviluppo avanzato, solo se entrambi i genitori lavorano i figli possono godere di buone opportunità di avanzamento sociale.
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Anche in Italia nasceranno più figli se il sistema fiscale e dei servizi verrà reindirizzato, per dare pari opportunità ai bambini con più fratelli. Se non ora, quando?Senza contare che, mentre gli uomini in Italia e nella più prolifica Francia dedicano «lo stesso tempo» ai figli e alla famiglia, per le donne il discorso cambia. E, checché ne dica Langone, quelle italiane dedicano già secondo gli studiosi (p. 50) «molto più tempo alla famiglia» rispetto a quelle mangialumache. Il che tra l’altro significa che l’istituto della famiglia «ha conservato molti tratti dell’antica struttura patriarcale». Il problema della scarsa natalità non deriva quindi da una improbabile eccessiva parità di genere, magari incoraggiata dalla scolarizzazione. Semplicemente, quella parità è ancora un miraggio e ciononostante nascono meno figli che altrove. Difficile pensare che una dose ancora maggiore di disparità possa aumentare la natalità, per i motivi di ordine economico e affettivo sopra menzionati.
Altro che invitare a «chiudere qualche facoltà», Langone, sulla base di una correlazione reperita in uno studio (il che, non mi stancherò mai di ripeterlo, non implica un rapporto causale – per esempio c’è una correlazione tra numero di portacenere posseduti e probabilità di sviluppare un cancro ai polmoni, ma sfido chiunque a dire che sia il possesso di portacenere a causare la malattia): qui è tempo di usare il cervello.