09.03.2005
La Lega pretende dazi anticinesi. Il governo paga
di Bianca Di Giovanni
La Lega cavalca l’onda populista dei dazi, provocando un vero terremoto nel governo e «infilzando» il leader dell’opposizione Romano Prodi («meglio il mago Otelma» attacca Giulio Tremonti). Doppio obiettivo per il Carroccio in vista delle elezioni: attaccare gli avversari, distinguersi dagli alleati, che tentano un recupero in extremis, senza riuscirci. Alla fine scendono in campo i «pesi massimi» con Gianfranco Fini che alza il tiro: «I dazi sono uno strumento antistorico e controproducente». Dal Tesoro, che non ha nessuna voglia di aprire un caso con l’Ue dopo la bagarre sul Patto, fonti tecniche fanno sapere che «la possibilità di prevedere dazi a livello unilaterale non esiste. Una norma nero su bianco come chiede la Lega non esiste e non ci stiamo lavorando». Tace Silvio Berlusconi, ma il numero 2 del suo partito (nonché il volto di FI in Tv) Tremonti gioca abilmente su due piani, agitando lo spettro cinese assieme al Carroccio e chiedendo dazi europei. «Passavo di qui e ho visto un gruppo di amici», scherza fermandosi davanti al palco dei leghisti. (Detto tra parentesi: alla presenza di economisti l’ex ministro ha sempre negato di aver appogggiato l’idea dei dazi. In piazza con la Lega invece... Quando si dice la coerenza). Unica vittima del tourbillon leghista: l’impresa italiana soffocata dalla propaganda e abbandonata a se stessa.
In una «maratona oratoria» (in cui le camicie verdi riescono benissimo) tenuta mercoledì davanti a Montecitorio, il Carroccio ha confermato il suo no al provvedimento sulla competitività se non sarà inserito l’emendamento presentato martedì sull’introduzione di barriere doganali o misure difensive soprattutto nei confronti della Cina. «Amo le cose scritte, e se scritte per legge ancora meglio», ha mandato a dire Roberto Calderoli al suo collega di governo Gianni Alemanno che gli chiedeva di approvare prima il decreto competitività al consiglio dei ministri di venerdì (ore 10,30) e poi di discutere le questioni anti-dumping.
In serata ci ha provato Ignazio La Russa a ricondurre all’ordine i leghisti: «La Lega non chieda la luna». Ma niente da fare. Anche se Alemanno si è detto certo che «alla fine il provvedimento sarà approvato». Come dire: abbaiano ma non mordono mai. Ancora più esplicito il viceministro Adolfo Urso. «Una cosa è assolutamente certa - dichiara - nel decreto sulla competitività non ci saranno norme riguardanti i dazi. La Lega dovrà quindi fare marcia indietro». Più chiaro di così. Sul fronte Udc parla Carlo Giovanardi, «interrogato» in Parlamento. Anche per lui «niente dazi», ma un’azione decisa anti-dumping. Ma anche di fronte al ministro per i rapporti con il Parlamento il «capopopolo» Alessandro Cè ha ribadito il «no» al decreto in assenza dei dazi anti-cinesi. «I nostri ministri hanno chiesto a Berlusconi tre interventi - spiega Cè - le misure antidumping, l'applicazione della clausola di salvaguardia già prevista nel Wto e la possibilità di utilizzare il marchio della Comunità Europea solo quando il 90% del prodotto è fabbricato in Europa. Sono cose che dovevano essere dette all'Ue già un anno e mezzo fa, che noi diciamo da tre anni, quello di oggi, è un ultimatum».
Ma il prim’attore dell’ opera buffa sui dazi è senz’altro Tremonti, che prende di mira la presidenza Prodi in Ue. «In cinque anni - dichiara - non è riuscito neanche a proteggere il brevetto Ce europeo, e ad istaurare misure anticontraffazioni. Uno così incapace deve andare a casa». Per la verità, con la Cina sono già attivi circa 60 dazi Ue. Sul fronte del tessile, poi, proprio con Prodi l’Italia ha ottenuto il prolungamento dell’accordo multifibre (quote d’ingresso per prodotti tessili) fino al primo gennaio di quest’anno. la scadenza era conosciuta da tempo: chi avrebbe dovuto spingere in Europa per l’inserimento di clausole speciali di slavaguardia se non il governo Berlusconi? E chi avrebbe dovuto prepararsi, con un’adeguata politica industriale per il comparto tessile, all’apertura ai prodotti cinesi? «Come Democratici di sinistra ci siamo battuti in Parlamento per proposte legislative di sostegno al tessile - dichiara il deputati ds Andrea Lulli - ma il governo, anche in questo caso, non ha fatto nulla. Non si può prima procrastinare per anni l’accordo multifibre, e poi appena scade chiedere i dazi». Per Cesare De Piccoli, responsabile impresa dei Ds, quella leghista è «solo una mossa elettoralistica».
Qualche incrinatura sulla competitività anche sul fronte sindacale. «Appena il governo varerà il decreto sulla competitività credo che sarà giusto avere un confronto con Cisl e Uil - dichiara Guglielmo Epifani - per un giudizio comune e per decidere il tipo di iniziative necessarie, eventuali e ulteriori iniziative di lotta». Ma Luigi Angeletti prende distanze preventive. «Tra noi e la Cgil non credo ci sia lo stesso giudizio su quel provvedimento». Venerdì consiglio ad alta tensione e reazioni altrettanto al calor bianco.
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_C ... C_ID=41354
Alla canna del gas.
LuVi