Un bel blog, da leggere con il pelo sullo stomaco:
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Un estratto

:D
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[I crucifigentibus immundus| giovedì, 01 settembre 2005 | 20:58 ]
Oggi mi sento di fare un po' di etologia, vi parlerò dei Crucifigentibus Immundus. Si tratta di una grave mutazione dell’homo sapiens per la quale non è ancora stata trovata una cura. Hanno conservato alcune delle capacità proprie dei Sapiens, come il pollice opponibile, l’alitosi e qualche abilità internettiana istintiva, oltre ad aver averne acquisito altre come ad esempio il camaleontismo. Si riuniscono in comunità stanziali, caratterizzate da un certo nomadismo interno, chiamate Blogus Neo-conis, dove prosperano e si riproducono per mitosi. Molti animalisti sono preoccupati per la recrudescenza della caccia a questo specimen da parte di sconsiderati cacciatori che pur di assicurarsi un orrido trofeo, non esitano ad usare enormi ed unlawful tastiere di massa, come i pesacatori di frodo che usano la dinamite per prendere un miserrimo, miserevole, miserabile scorfano.
Il timido Crucifigens Immundus vive nella paura di essere individuato. Quando un cacciatore si avvicina, questo dapprima si immobilizza e quindi svanisce, ma qualora individuato e senza via di scampo, preferisce darsi la morte pur di non essere catturato: alcuni di loro trattengono il respiro, aiutandosi con grosse molle da bucato da applicare alle tre narici, oppure altri si rifugiano nella bulimia ematica. Vi sono molte sottospecie, che vado ad illustrare sommariamente.
I mollatus padani: dicesi di una particolare sottospecie del Crucifigens Immundus. La femmina, altrimenti definita desperatus housewife padanis, solitamente subisce la mutazione dopo aver litigato col marito perché appena sveglio si gratta i genitali sbadigliando rumorosamente ed esce con gagliarde ragazzuole, che sotto il burqa indossano perizomi in perle e piercing all’ombelico. Lo sconvoglimento pituitario la porta alla mutazione che si manifesta con una petulante e pervicace tendenza a rompere i coglioni all’universo mondo intero. Il maschio della specie, il mollatus ferox, dopo essere stato scaricato per le esigue dimensioni dei suoi apparati principali, quello riproduttivo e quello neurocognitivo, decide di dedicarsi anima e corpo a smascherare il cattivo gusto delle donnacce musulmane che, notoriamente, non apprezzano né capiscono l'utilità delle miniature. Per entrambi questi esemplari, la dicitura “farsi un bidet” ha assunto una connotazione sorprendente, soprattutto perché di solito anche il povero bidet, pur di non starci, dichiara improbabili mal di testa.
L’esperto coranico: come i Papio cynochephalus (babbuini), sono quelli che paiono i più istruiti tra le varie sottospecie di Crucifigentibus Immundus. Molti etologi ritengono che in realtà il tempo che spendono spulciando libri sacri, invece di spulciarsi a vicenda come fanno abitualmente i loro simili, sia una maniera di atteggiarsi per richiamare l'attenzione del sesso opposto e ottenere quindi gratificazioni sessuali a buon mercato. Solitamente passano giornate intere ad esaminare polverosi volumi scritti in lingue morte, delle quali naturalmente non capiscono una cippa, ma ne emergono emettendo versi gutturali e pitture rupestri sulle pareti delle caverne neo-conis. Sembrerebbe che questo imbrattare fingendo di aver capito quello che hanno letto sia ben considerato da altri della stessa specie, ripagandoli sia del tempo speso a massacrarsi gli occhi al lume di candela sia di quello impiegato a ridisegnarsi la riga tra le natiche.
Il sociopaticus: Come un passerotto dalle ali tarpate, il particolare specimen di Crucifigentibus Immundus che prendiamo in considerazione, non si decide ad abbandonare il nido ed a 40 anni vive ancora con i genitori, o magari nell’appartamento sopra quello degli zii. Ma, invece di farli a tocchetti nel garage, decide di darsi all’analisi religiosa delle questioni internazionali, un po’ perché la vista del sangue lo fa svenire, un po’ perché aborre qualsivoglia attività fisica che esuli dalla manustuprazione mirata alla autosoddisfazione sessuale. Avendo adottato “Almanacco Disney” come testo sacro, ha compreso come i bianchi siano sempre buoni e bravi ed i neri, fossero anche solo Macchia Nera, brutti e cattivi. Paperopoli e Topolinia sono città linde, oneste e pulite perché non ci sono negri, indios ed asiatici in giro e lui se ne sente cittadino onorario.
Lo sfigatus: “Nomen omen” il povero cristiano italiano si vede – novello Giobbe – messo alla prova nella sua pazienza da una potenza divina che non esita a metterlo alla prova spesso e volentieri. Se c’è una merda sul marciapiede lui la pesta, se c’è una buca per strada lui ci sprofonda con l’automobile, se un bambino corre con un cono gelato al cioccolato in mano è sul suo completo di lino bianco che impatterà. L’immigrazione ha fornito al suo divino persecutore nuovi strumenti e nuove possibilità, umiliando il suo amor proprio tramite popoli da sempre considerati inferiori e primitivi. Di fronte a musulmani e stranieri che lo superano nella graduatoria del lavoro o della casa, si sente pervadere da spirito patriottico, ed invece di migliorarsi – magari seguendo i consigli di periodici quali “Men’s Health”, "GQ" o “Maxim” - decide che è meno faticoso eliminare il malcapitato che ha avuto la pessima idea di essere più intelligente, più laborioso, più fico, insomma, di lui.
Il defensor fidei: Chierichetto da piccolo, diffusore porta a porta di “Famiglia Cristiana” da adolescente, cavaliere figurante in tutte le rappresentazioni storico-folkloristiche del suo paese, ha deciso che Godefroid de Bouillon non potrebbe che fungergli da pipparolo personale e che il detersivo che lava più bianco del bianco debba essere il motto che campeggia sul suo niveo stendardo. Di fronte all’orda di muezzin che potrebbero coprire il suono delle campane (contro il quale aveva naturalmente raccolto le firme perchè lo svegliavano la domenica a mezzogiorno), ha deciso di battersi fino all’ultima goccia di sangue - dell’ultimo musulmano comunque - per mantenere vivo il sentimento cristiano che lo pervade ogni volta che bestemmia la Lady GaGa e tutti gli angeli e santi in colonna.
Il Caballarius cortense: In sala da pranzo ha una tavola rotonda, la sua città ideale è Ginevra ed al Mago Zurlì preferisce Mago Merlino. Da sempre alla vana ricerca di una vergine principessa di fronte a cui sguainare il suo spadone, preferisce le donne con le tette di fuori ed i glutei in bella mostra, magari da esibire in discoteca o in spiaggia ed a cui dedicare le proprie gesta virili di difensore del suo onore "offeso" dagli altrui sguardi, possibilmente negroidi o musulmani. Se ne trova una che ritiene opportuno coprirsi per motivi di fede, si innervosisce perchè lo priva del “casus belli”. È convinto che una donna sia nulla senza un uomo e che fondamentalmente non capisca un cazzo, soprattutto quando irretita da concetti stolidi quali la multiculturalità o il rispetto dell'alterità. Se proprio dovesse definire questo genere di porcillima meretrix, incapace di capire l’utilità del cavalier cortese e di ringraziarlo per i suoi sforzi, le appella con nomignoli pittoreschi, quali troia, vacca, puttana. Naturalmente non tutte, perchè dal gruppo è esclusa ovviamente sua madre. Ma a quella, altrettanto ovviamente, pensiamo noi.
Il discriminatore cromatico: un infanzia rovinata da miti archetipici e leggende popolari: il soggetto considera tutte le ragazze abbigliate con cappuccetti rossi come delle ingenue bambine inseguite da perversi esemplari di lupus extracomunitariis (fossero anche delle mistress esibizioniste coperte di vermiglio latex su siti di BDSM), tutte le donzelle dal niveo incarnato come dolci e sfortunate principesse (fossero anche delle toste Siouxie “de’ noantri”) e, ça va sans dire, tutti gli uomini neri come dei perfidi manigoldi che strappano i bambini un po’ discoli alle loro mamme. Qualsiasi cosa si discosti dall’eburneo è portatrice di perversità inenarrabili e quindi da combattere a spadone tratto.
Il grammatico compulsivo: forgiato alla dura scuola di una maestra elementare al cui confronto la Signorina Rottermaier appare più dolce e comprensiva di Maria Montessori, questo appartenente alla specie dei Crucifigentibus Immundus non sopporta chi confonde la “é” con la “è”, chi non sa coniugare al trapassato prossimo o al futuro anteriore verbi quali “abborracciare” o “sterlineare” ed è convinto che Devoto – Oli siano la nuova coppia di commentatori sportivi ospiti di Simona Ventura nel pomeriggio domenicale. Non potendo, per patria connivenza, lanciare i suoi strali contro la gran parte degli studenti di chiara discendenza italica e conclamata ignoranza lessicale, orienta i suoi vituperi contro negri, filippini, arabi e cinesi ignorando, o facendo finta di ignorare, che spesso costoro – a differenza di lui - parlano correntemente due o più lingue tra quelle più diffuse al mondo, oltre a parlare l'italiano meglio di loro stessi.
La cineillusa: destinata da un fato crudele e beffardo ad albergare in un corpo secco e piatto più simile a quello dello spaventapasseri de “Il mago di Oz” che a quello di Jennifer Garner in “Alias”, il soggetto in esame ha trascorso infiniti pomeriggi della sua avara ed amara adolescenza nel cinematografo dell’oratorio parrocchiale, sviluppando una affatto singolare idiosincrasia nei confronti di quanto non apparisse pallido ed emaciato. In un oscuro e fumoso cineclub d’essai dove, in compagnia di pochi altri intellettuali di nicchia e d’accatto, si sottoponeva volontariamente alla visione di pellicole urgo-finniche ugro-finniche in linguaggio rigorosamente originale ma con sottotitoli in cirillico. Da quel momento inizia la discesa in un gorgo di deboscia e lussuria, in cui la sventurata non riesce a separare l’oscuro della sala di proiezione dal torbido della sua anima, che crede dannata per sempre; ma il destino è in agguato e recatasi una domenica a vedere per l’ennesima volta, “Jules et Jim” di Truffaut, sbaglia sala capitando in quella dove si proietta “Angela - il suo unico peccato era l'amore... il suo unico amore era il figlio”. Sconvolta dalla visione degli addominali (e da quello che si immagina esserci un palmo sotto questi) di Ji Tu Cumbuka – che nel film ha una parte di secondo piano - ne visiona l’intera filmografia e ne studia la biografia, sviluppando per lui una torrida attrazione fisica senza riuscire a farsi una ragione del fatto che lui preferisca accompagnarsi a donne dai fianchi opulenti e dalla pelle scura. Nel delirante tentativo di assomigliare a queste si sottopone a infinite sedute abbronzanti, abboffandosi di beta-carotene e di cibi ipercalorici. Visto vano ogni tentativo, al colmo del suo delirio vede in ogni donna nera, Halle Berry o Hattie McDaniel che sia, una potenziale rivale da combattere e diffamare con ogni mezzo.
L’alopeciato: Per insufficienze genetiche quasi sicuramente derivanti dall’accoppiamento dei suoi trisavoli tra consanguinei (nelle lunghe notti di inverno, al bagliore del caminetto, la nonna per farlo addormentare gli narrava che alcuni preferivano sodomizzare pecore o evirarsi con le valve di un ostrica con i lustrini pur di non dover congiungersi carnalmente con le donne della famiglia, colpite da rara bruttezza, alitosi devastante e – ironia della sorte – irsutismo conclamato) il de cuius è afflitto da una devastante alopecia che rende il suo cranio più spoglio del deserto di Atacama nel Cile settentrionale. Un bel risparmio di tempo e denaro per chi non debba ricorrere a lozioni, shampoo e cure del barbiere sennonché il nostro, cresciuto negli anni in cui Giorgio Moroder compiva i suoi più efferati delitti musicali, aveva sviluppato una insana passione per la disco-music in genere e per personaggi quali Dan-I, Earth Wind & Fire o Jackson Five, tutti caratterizzati da una testa foltocrinita, con una capigliatura sviluppatesi nelle tre dimensioni – lunghezza, larghezza, altezza - esistenti nello spazio euclideo della teoria generale della relatività einsteniana. Ingenti somme spese nell’acquisto di prodotti a base di finasteride o minoxidil, così come l’elezione a guru personale di Cesare Ragazzi non ebbero fortuna migliore della conquista del Polo Nord da parte del generale Umberto Nobile e lo sventurato, nella migliore incarnazione della volpe che non arrivando all’uva la sentenzia acerba, si lancia in una personale crociata estetica contro le popolazioni negroidi, caratterizzate da capelli crespi, folti e resistenti.
Il ginecodipendente: Figlio unico di una coppia malassortita, composta da una virago campionessa di nuoto della Germania dell’Est compagna di allenamento di Kornelia Ender e da un omino con la prestanza virile di un lemure, il soggetto cresce affetto da disturbi nella sfera affettivo-cognitiva causati soprattutto dal fatto che la madre si rade la barba più frequentemente del padre. Segregato in casa dalla madre, resa folle dagli anabolizzanti assunti durante la sua carriera sportiva e ossessionata dall’idea che il figlio potesse denunciare alla STASI i perversi piaceri che si donava con i bratwurst, crebbe senza alcun contatto con bambini della sua età. L’innata timidezza e una singolare caratteristica delle sue ghiandole sudoripare (una nota multinazionale della chimica sta esaminando, nel progetto col nome in codice “Bhophal”, l’impiego dei suoi feromoni quali componenti di un repellente per zanzare) lo lasciavano sempre solo ed isolato anche a scuola. Perdutamente innamorato di una sua compagna delle elementari, questo solitario esemplare di Crucifigentibus Immundus, rimase fortemente impressionato quando questa lo umiliò mostrandogli che il proprio clitoride era più lungo e grosso di tutto il suo apparato genitale. Giunto illibato alla maturità, non avendo trovato, neppure in rapporti peripatetici, la possibilità di coniugare alla prima persona singolare il verbo “copulare”, sviluppa verso gli appartenenti a religioni che ammettono e accettano la poligamia una fiera avversione, che è stimolo e motore di una virulenta campagna denigratoria che egli giustifica ai suoi e ad altrui occhi come una sorta di missione divina, volta a punire chi ha troppo per consolare chi ha poco.
La avicultrice: Aberrante esempio dei danni prodotti dalla mancata introduzione (absit iniura verbis) della educazione sessuale nei programmi di studi della Pubblica Istruzione. A dieci anni, di ritorno da scuola, chiede alla mamma se - come le aveva detto una sua amica - lei fosse stata portata da una cicogna; la mamma, mentre imburrava lubricamente il roast-beef forse immaginando ben altre callipigie unzioni, rispose sovrappensiero che pur non sapendo se si fosse trattato proprio di una cicogna, era però sicura che fosse stato proprio un gran bell’uccello. A causa di questo quiproquo la fanciulla sviluppò un intenso amore per i volatili, tanto da essere una delle poche persone a saper distinguere il garrito di una rondine dallo zirlìo di un tordo o il paupulio di un pavone dal gloglottìo di un tacchino. Si fece, in altre parole, una cultura sugli uccelli e grande fu il suo sgomento quando scoprì il fallo (honi soit qui mal y pense) alla base della sua passione. Con un cambio di vocale degno della pagina della Sfinge della mai troppo lodata “Settimana Enigmistica” la fanciulla si diede dalla cultura alla coltura, mettendo la stessa passione nell’allevamento e cura di tutti gli uccelli che le capitavano a tiro, diventando una benemerita della L.I.P.U. Incuriosita dalla teoria esposta da Jared Diamond nel suo “Armi acciaio e malattie - breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni” che voleva la culla dell’umanità, della flora e della fauna quali oggi le conosciamo nel Nordafrica, la tapina si recò con un viaggio low cost sulle rive del Mar Rosso alla ricerca degli eredi dell’ Archaeopteryx, ma a Sharm El Sheik il destino cinico e baro aveva però in serbo un altro tiro mancino: lei disse alla sua guida locale: “Sono qui alla ricerca di grossi uccelli”, lei intendeva struzzi, ibis e fenicotteri; l’altro intese appendici nerborute e turgide. Da questo alla nascita delle “sharmate” il passo fu breve e l’epilogo noto.
L’antidroga: a vent’anni siamo tutti incendiari – disse un saggio – a quaranta molti diventano pompieri. Tra i peggiori rappresentanti di questi Giano bifronte vi è colui che in gioventù usava ed abusava di droghe e sostanze stupefacenti, auspicava la fantasia al potere e la coppia aperta. Ma gli anni passavano, la coppia aperta si risolveva con le sue fidanzate che trombavano (sempre) con gli altri e quelle degli altri che non trombavano (mai) con lui, la fantasia non saliva al potere forse perché troppo impegnata a giustificare stragi di Stato e depistaggi assortiti e la paghetta di papà era sempre meno sufficiente a pagarsi vizi e abitudini da rivoluzionario part-time. Basta poco per passare dall’altra parte della barricata, per gettare alle ortiche eskimo e borsa di tolfa a favore di doppiopetto gessati, per accorciare le lunghe chiome con sfumature all’umberta, una delle caratteristiche di questo tipo di Crucifigentibus Immundus. Ben si sa che chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro ma non sempre le precauzioni sono sufficienti; capita così che il nostro passi da utente soddisfatto a censore implacabile, in specie delle sostanze stupefacenti con cui fino a poco tempo prima era culo e camicia. Lontani i tempi dello sballo autarchico con la marijuana coltivata di nascosto nell’aiuola condominiale o sul balcone tra i gerani di mammà, il novello censore individua nei fornitori extra moenia la causa del problema: se scompare l’offerta la domanda si esaurisce, pensa con una consecutio degna di miglior causa il nostro fustigatore di costumi, fuori dai piedi spacciatori e pusher e il resto verrà da sè. Certo il problema potrebbe essere quello di distinguere uno spacciatore da un emigrato onesto, ma si sa che negri e cinesi sono tutti uguali e così, adottando la stringente logica del legato pontificio Arnaldo Amaury che dopo la conquista della città di Bèziers nel 1209, per evitare che qualche eretico potesse sfuggire alla esemplare punizione dovuta ai nemici della vera fede, comandò: “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi” il nostro decide che la cosa migliore è fare piazza pulita di tutti. Nel suo mirino ogni marocchino spaccia hashish, ogni giamaicano fuma ganjia, ogni albanese gommoneggia marijuana, ogni afgano produce fumo. E il delirio continua: la chat non è uno strumento per chiacchierare tramite internet ma un’erba stupefacende del Corno d’Africa, chi compra adesivi a base di toluene lo fa per sniffarli e non certo per fare il bricoleur, il “triangolo d’oro” non è il vello pubico di Jean Harlow ma una zona della Birmania, col papavero si fa l’oppio e non certo le canzoni di Nilla Pizzi, lo spinotto è parente dello spinello e non certo il perno che collega il pistone alla biella e via così, ignorando l’ecstasy dei discotecari fighetti, la cocaina degli yuppie bretellati e le anfetamine passate sottobanco da medici compiacenti.
Altri ve ne sono, ma questi sono i più comuni, quelli che chiunque, anche senza l’ausilio di un’attrezzatura sofisticata, possono dilettarsi a cacciare, muniti naturalmente solo di macchina fotografica o registratore, anche quando dissimulati tra la gente normale grazie alle loro proprietà camaleontiche, proprietà che li portano ad occupare stanze ogniddove, dalle direzioni dei giornali a quelle del Paese.
Si è notato che i Crucifigentibus Immundus tendono a diventare fastidiosi e quando si installano nei vostri siti preferiti sono difficili da estirpare. Fortunatamente esistono società di disinfestazione che si avvalgono di prodotti innocui per la popolazione come il Tribunalix complex o la IADLmicina forte.
Sono delle bestiole pittoresche, in fondo, e tutti dovrebbero possederne almeno una, per mostrare ai propri cari ed alle future generazioni quali potrebbero essere le conseguenze del consumo dissennato della letteratura fallaciana o degli editoriali di allameschi.
Alla prossima puntata, con altre notizie dal sorprendente mondo degli animali, dell'affascinante dominio delle bestie.
Dacia Valent