Cita:
[...]Il saggio di Berselli è un atto di accusa spietato.[...] Verso il liberismo monetarista che ha venduto illusioni, spacciando superstizioni per verità ("i soldi che generano soldi", a prescindere dall'economia). Ma anche verso il riformismo socialdemocratico e democratico-cristiano. Verso i soggetti - politici e culturali - che hanno immaginato la "società giusta", cercando di progettare e di realizzare l'economia sociale di mercato, che lega insieme impresa, individuo, comunità. I profeti dell'economia sociale e i critici della superstizione monetarista oggi appaiono disarmati.
Berselli offre, al proposito, due spiegazioni controcorrente. E impopolari. Come nel suo stile.
La prima è "culturale". "I maestri latitano, di questi tempi. Sono dispersi anche gli ideologi, quegli intellettuali che avevano la formula per tutto, per qualsiasi problema e soluzione di problema". Cioé: mancano le idee e gli idealisti. Manca, in altri termini, la "cultura politica". Senza la quale la politica stessa diventa sterile.
La seconda spiegazione è conseguente. Per progettare un'alternativa occorre mettere in discussione una convinzione comune alle socialdemocrazie e al neoliberismo. A Confindustria e a molti esponenti della sinistra. L'idea della "crescita", condizione irrinunciabile di sviluppo e benessere. Ebbene, scandisce Berselli, a conclusione del saggio, non è "più" così. Al contrario: "Dovremo abituarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l'abitudine". D'altronde, l'alternativa è tra impoverirsi senza ammetterlo, peggio: senza accorgersene. Oppure affrontare il declino del benessere, l'impoverimento (se vogliamo usare una formula meno aspra, la "minore ricchezza") in modo consapevole. In modo "giusto". [...]
http://www.repubblica.it/economia/2010/ ... f=HREC1-11Come penso da molto tempo: garantire un livello in assoluto minore di benessere ma garantirlo quante più persone possibile e per più tempo.