Iscritto il: dom giu 24, 2007 11:12 am Messaggi: 417
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Cita: 19/10/2010 (7:46) - TASSE. LA FUGA DELLE IMPRESE/2 "Mi impediscono di crescere Allora vado in Romania"
«O si va all’estero o si muore, capite? La nostra è solo legittima difesa», tuona Walter Fontana, allargando la calata lombarda. A chi ha messo certe tasse, o non concede certi permessi, bisognerebbe dare un premio alla miglior legge per ammazzare le imprese italiane...». Insomma: restare (in Italia) è un po’ morire. Cinquantanove anni, di Calolziocorte (Lecco) - il paese di Michela Vittoria Brambilla - Fontana è il presidente della Pietro Fontana, impresa famigliare nata appena prima del boom economico (nel 1956) ed esplosa nei mitici anni Settanta della Terza Italia e dei distretti. A fondarla è Pietro, il papà di Walter e di Marco, i due titolari. Il primogenito Walter oggi si occupa di strategie e del commerciale; il minore, Marco (47 anni), è direttore tecnico e responsabile della produzione. Negli ultimi anni il recinto si è allargato imbarcando la figlia grande di Walter, Valentina, che si è fatta le ossa nella consulenza internazionale. In attesa del secondo figlio che si sta laureando a San Diego in Business Administration. Un altro mondo rispetto ai tempi del Walter, entrato in azienda nel 1973 da perito meccanico. «Avrei voluto studiare – ammette - ma il lavoro era tanto e ci sarebbero volute giornate da 25 ore». La Pietro Fontana fa progetti di ingegneria e costruzione di stampi per case automobilistiche, il 90% dei ricavi viene dall’estero (la metà in Germania). Oggi fattura 73 milioni di euro, impiega oltre 500 addetti e lavora con i big: da Audi a Bmw, da Mercedes a McLaren fino a Ferrari e Daymler. Le scocche di alcune fuoriserie arrivano a Maranello direttamente da Calolziocorte. La svolta s’impone dieci anni fa, e monta insieme «all’incazzatura» - testuale - di Walter. Da stampi per l’automotive l’azienda si allarga all’assemblaggio dei veicoli di nicchia. Da qui la necessità di trovare nuovi spazi. Nel 2003 aprono uno stabilimento in Turchia, a Istanbul, «dove impieghiamo 250 addetti e abbiamo investito 30 milioni». Poi il secondo passo: «In primavera apriremo a Pitesti, in Romania, vicino allo stabilimento della Dacia». Pieno indotto automotive, dove si sta giocando una guerra forsennata: nel raggio di poche centinaia di chilometri producono Psa, Bmw, Kia, Volkswagen, Hyundai e Fiat. «A Calolziocorte abbiamo invece mantenuto ricerca, sviluppo e progettazione. Ma abbiamo bisogno di allargarci lo stesso perché siamo passati dal movimentare stampi a movimentare pezzi stampati». Lo spazio è vitale e scatena il cortocircuito con le lentezze d’Italia. «Dieci anni fa ho comperato un terreno agricolo di 40mila mq nel comune di Bosisio Parini, ma l’amministrazione non mi ha mai concesso il passaggio ad area industriale per realizzare un nuovo impianto», si lamenta il titolare. La Pietro Fontana avrebbe creato 150 posti di lavoro. All’inizio «mi dissero che il Comune preferiva accorpare tutte le attività industriali in un’altra zona. Benissimo, pensai». Peccato che tutto è rimasto fermo. «Ci si scontra quotidianamente con giunte che non vogliono le aziende ma solo costruire residenziale o terziario», villette a perdita d’occhio come se la gente potesse comprarsi tre case a testa. «Oppure vogliono il verde, salvo poi lasciare l’erba alta e le ortiche», rincara l’imprenditore. E non si tratta di un po’ di fatturato in meno. In tempi di crisi e di mercati aperti ogni lasciata è persa, ogni autorizzazione che non arriva è un favore al tuo competitor dall’altra parte del mondo. «Ogni tanto mi sogno ancora l’ordine da 80mila carrozzerie per Magna Steyr a cui ho dovuto rinunciare l’anno scorso. Una commessa da 200 milioni in 5 anni. Non ce l’avrei fatta in questi spazi», rivela a malincuore Fontana. In Romania, invece, i problemi li risolvi in un giorno. La differenza è molto semplice: «la gente ha fame di investimenti e se vede la possibilità apparecchia la tavola velocemente. Così hanno fatto in fretta e furia un censimento, la popolazione ha votato per darci subito la risposta. In un baleno abbiamo avuto a disposizione un’area di 40mila mq con cambio di destinazione d’uso. L’abbiamo acquistata e adesso stiamo costruendo il capannone», gongola il signor Walter. Morale: «un’impresa che vuol crescere è costretta a farlo all’estero» In Italia ci sono troppi costi. «Dobbiamo stampare pezzi in un posto e stivarli in un altro, spendendo oltre un milione di euro l’anno per affitti che potremmo dedicare agli investimenti, o a sostituire la catena logistica». La storia di Walter Fontana è persino banale se non fosse il primo anello di un calvario che sta portando all’emorragia. Troppe tasse, pigrizie, e capannoni rimasti sulla carta per anni. Nel 2005 l’imprenditore lecchese ha scritto una lettera ai giornali locali per spiegare che «da quando c’è l’Irap i conti non tornano più. Un’azienda è destinata al declino o a scappar via. Noi come molte altre aziende italiane nel 2008 abbiamo pagato il 120% di tasse sull’utile generato, in Turchia sei tassato al 20 e in Romania al 16. Come si fa, sinceramente?» Non resta che l’estero. «Per ora ci dividiamo, ma è una scelta obbligata se non cambiano le cose», s’immalinconisce. «Se la politica non produrrà le condizioni per pagare le giuste tasse sull’utile. Oggi bastano 3 mesi per spostare un stabilimento. Non è l’opinione di Walter Fontana, ma di tantissimi imprenditori italiani...». http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201010articoli/59576girata.aspCita: 18/10/2010 (7:19) - DOSSIER, I RISCHI DEL DECLINO Fisco e burocrazia, la nuova emigrazione è quella delle imprese Non delocalizzano ma spostano tutta l’attività. E non vanno in Cina ma in Svizzera, in Austria o in Slovenia. Il motivo non è solo il costo del lavoro ma piuttosto la ricerca di Paesi dove la pubblica amministrazione è veloce, efficiente e le tasse sono moderate Anche grazie a vere e proprie campagne promozionali studiate per attirare le aziende MARCO ALFIERI MILANO Trecento aziende italiane si sono già trasferite in Canton Ticino, specie tra il comparto metalmeccanico. Pensavamo che il ticinese fosse l’unica via di fuga, ma poi abbiamo scoperto un mondo nuovo, il Vallese», finora sconosciuto a Cinisello Balsamo, hinterland milanese, dove Laura Costato manda avanti con 4 addetti un’impresetta che fa viterie per elettrodomestici e l’automotive. «Abbiamo infatti deciso di trasferirci vicino Sion. Siamo costretti ad emigrare dove il lavoro è valorizzato, non tartassato...» Un mondo nuovo L’imprenditrice parla con un grumo di dispiacere. «Non avrei mai mollato ma devo pensare al futuro dei miei figli, anche a livello scolastico...». Dopo due visite nel Canton Vallese, la signora Costato fa parte di un gruppetto di 6 padroncini che ha deciso di fare il salto oltreconfine. «In modo consortile, per condividere la sfida. Tra tasse dirette e indirette da noi se ne va il 68% dell’utile, come si fa? In Svizzera pagheremo solo la tassa confederale dell’8,5% e, a regime, un’aliquota tra il 12 e il 19%». Ma la cosa che fa più gola è che «sono veloci nella burocrazia e nelle autorizzazioni». Fausto Grosso, 42 anni di Roletto, vicino Pinerolo, insieme a tre collaboratori fa lavorazioni metalliche di precisione. Anche lui traslocherà nel Vallese. «Ne ho già parlato con altri colleghi. Una decina è interessata». La Svizzera non scherza con le lusinghe. A metà luglio Stefano Bessone della «Greater Geneve Berne area» si è presentato a Busto Arsizio ad un’assemblea di Piccoli ossessionati dall’invasione cinese facendo volantinaggio pro confederazione: chi decide di trasferire la produzione creando 10 posti di lavoro, godrà di un’esenzione fiscale totale per 5 anni. Creandone 20, la franchigia raddoppia. Insomma musica per le orecchie di imprenditori vessati da una imposizione che in Italia è formalmente al 31,4% (27,5% Ires, 3,9 Irap) ma che sale oltre il 50% sommando tutti gli oneri. Affitti a prezzi stracciati Dopo la trasmissione televisiva «Presa diretta» di due domeniche fa, che ha raccontato il sopralluogo estivo nelle zone artigianali del Vallese con affitti per 2 franchi al metro quadro, il sito di “Imprese che resistono”, l’associazione che prova a lenire i morsi della crisi facendo comunità, si è intasato di tremila clic in poche ore e 200 contatti diretti. Tutti a caccia di informazioni sul nuovo eldorado. Meccanica, tessile, indotto automotive, alimentare… il concentrato di una piccola manifattura sofferente che cerca di ripartire ben oltre il materasso degli ammortizzatori. «Le imprese piccole stanno morendo, e quel che rimarrà è il deserto», si legge in alcuni post. «La colpa è del totale disinteresse del governo. Altri paesi, come la Svizzera, fanno politica industriale lungimirante». Il progetto d’investimento Copernico, lanciato dal Ticino dove il tax rate si ferma al 20% dell’utile e l’Iva è la più bassa d’Europa, ha già attratto 100 aziende italiane offrendo contributi a fondo perduto e incentivi per le assunzioni. Non tanto a chi viene a fare trading commerciale, ma ad aziende come la toscana Pramac, che a Riazzino ha deciso di produrre pannelli fotovoltaici. Così mentre la propaganda da tabloid accusa i nostri frontalieri di essere topi dentro al gruviera, sfruttatori avidi del paese degli orologi, le istituzioni elvetiche si attrezzano per rubarci imprese e competenze. Qualcuno le chiama già micro secessioni. Per ora piccoli numeri ma che anticipano il mondo che verrà dopo la crisi, quando la leva fiscale farà una gran differenza nella competizione tra territori. Come sempre se ne vanno prima le aziende, Riccardo Illy lo aveva profetizzato: ma non per fattori di prezzo (come nella Romania anni Novanta), alla ricerca di un habitat che l’Italia è incapace di costruire. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre siamo il paese dove l’incidenza delle corporate tax sul gettito totale è tra i più elevati (17,4%). Lo stesso vale per l’aliquota «implicita» (31,5%), che misura il peso della tassazione in rapporto al valore aggiunto annuo che produce ogni impresa. Le sirene di Lubiana e Klagenfurt Le associazioni sono restie a dare i numeri della fuga, ma si capisce che la talpa scava anzitutto nelle terre del forzaleghismo, tra quel blocco sociale deluso cementato proprio sul miraggio di una rivoluzione fiscale e sul Godot della sburocratizzazione. Paradossale, no? Questo vale a Nord Est, dove la concorrenza dei paesi di corona, dalla Slovenia all’Austria, è formidabile. Il governatore friulano Renzo Tondo va dicendo da mesi che la vera emergenza del territorio è la sirena fiscale di Lubiana e Klagenfurt. Lo sa bene l’Austrian Business agency che dal suo ufficio di Padova non smette di ingolosire le imprese locali: 25% di imposta secca sulle società; convenzioni contro le doppie imposizioni; rimborso veloce dell’Iva; quasi tutti i costi deducibili; incentivi per investimenti produttivi fino al 25% e per ricerca e sviluppo fino al 50% e prezzi dei terreni industriali tra 25 e 50 euro al metro quadro. Un’incentivazione che a fine 2009 aveva già attirato quasi mille aziende. C’è la Danieli, sistemi per l’automazione, la Costan, frigoriferi industriali, la Fbs, bagni prefabbricati, e la Pcs, software per aziende ospedaliere. «Ma quelle che censiamo sono solo una piccola parte», confermano dall’Aba. Ad esempio la Durst Fototecnica a Lienz ha appena investito 15 milioni in un nuovo centro di Ricerca mentre altre 13 imprese, tra Information Tecnology e meccatronica, sono arrivate negli ultimi mesi, come la udinese Refrion (sistemi di riscaldamento). L’energia a basso costo Dall’ufficio Japti di Milano, l’azienda di promozione slovena, Lara Cernetic e Rok Oppelt lavorano per portare imprese italiane oltre Gorizia, offrendo un’imposta societaria al 20%; detrazioni fiscali fino al 40% degli investimenti in ricerca e sviluppo, una bolletta energetica di 40 punti inferiore alla nostra e incentivi a fondo perduto (14,5 milioni estesi al settembre 2011) che coprono fino al 40% delle spese per le pmi. Sono già arrivati in 600 tra cui la veronese Bonazzi con la Julon (vedi articolo a fianco), la Carrera Optyl, la Technical (stampaggio metalli), la friulana Fantoni e la Silografika del brianzolo Ernesto Nocera, che produce salviette per i vassoi dei ristoranti a Selo, mezz’ora di auto da Trieste. «Oltre al regime fiscale – conferma Nocera – in Slovenia gli addetti costano molto meno che in Italia nonostante siano qualificati».Insomma non siamo davanti a grandi imprese che diversificano, ma a piccole e Pmi che allungano l’indotto spostandosi in paesi più convenienti. È una emorragia, una “strafexpedition” alla rovescia cent’anni dopo. Non più militare ma economica. In attesa di un vero federalismo fiscale, l’Italia resta purtroppo un pachiderma sul fisco d’impresa. Nei paesi competitor, manovrando sul calcolo della base imponibile stanno già incentivando in via differenziata investimenti e insediamenti industriali. È lo spirito del nuovo europeismo: il superamento della vecchia statualità classica. Basta spostarsi 20 chilometri, per pagare molte meno tasse… http://www.lastampa.it/redazione/cmsSez ... girata.aspCita: E i numeri dicono che... in Italia si guadagna di meno, ma si lavora di più. Leggere le statistiche OCSE riserva, a chi si sia fatto delle idee sulla nostra economia solo seguendo i servizi dei giornalisti televisivi, più di una sorpresa. Ho notato, dai commenti ad un mio precedente articolo, che molti non solo ignoravano che in Corea del Sud ci fossero i salari più alti del mondo, ma pure che i salari italiani fossero i più bassi tra quelli dei paesi maggiormente sviluppati: i 23esimi di tutta l’OCSE. Peggio di noi, ormai, in Europa occidentale, ci sono solo i portoghesi, ma, se si considerasse anche il diverso potere d’acquisto, state sicuri – vivo a un tiro di schioppo dal Portogallo – che saremmo dietro anche a loro. Due tipi di obiezioni mi sono state mosse e mi è parso il caso di andare a cercare qualche dato prima di rispondere. La prima è che in Italia si lavora poco. Bene, ho da comunicarvi una grande sorpresa: nel 2008 l’Italia era il paese del G7 in cui si lavorava di più. Più che negli Stati Uniti, secondi a poca distanza, e in Giappone, solo terzo. In confronto agli altri paesi europei, poi, il nostro pare abitato da una razza d’inossidabili stacanovisti: un italiano, in media, lavora 1802 ore l’anno, ovvero 372 ore in più delle 1430 di un tedesco – fanno sette ore e passa in più alla settimana, 46 giorni in più all’anno. L’altra obiezione che mi è stata mossa è che il lavoro in Italia, anche se gli stipendi sono bassi,costa molto perché la tassazione è elevata; è un’obiezione in parte fondata e in parte falsa. Falsa perché anche considerando tasse e contributi un lavoratore italiano costa poco più di 40.000 dollari l’anno, il che mette il nostro paese al 21esimo posto nell’OCSE per quanto riguarda il costo del lavoro, ancora una volta davanti al solo Portogallo, tra i paesi occidentali, e distaccato di un buon 20% dalla fatidica Corea dove un lavoratore, in media, di dollari ne costa 49.000 l’anno, e ancora di più da paesi industrializzati dell’occidente dove un lavoratore costa, in media, ben più di 50.000 dollari l’anno. In Germania, nel 2010, oggi, un lavoratore costa alla propria impresa 61.600 dollari l’anno, oltre il 50 per cento più che in Italia, mentre in Francia, di dollari, ne costa 51.200, quasi il 30 per cento in più. Una cosa è vera: con un cuneo fiscale al 46,5 per cento siamo uno dei paesi in cui il lavoro è più tassato, sesti in tutta l’OCSE, anche se dietro alla Francia, dove il cuneo incide per un 49,2% del salario lordo ed alla Germania dove arriva al 50,9%. Conoscere questi dati non ha un importanza meramente “culturale”; sono questi numeri che ci devono far riflettere su quale sia il presente e ancora di più il futuro del nostro paese. Grazie a questi numeri possiamo affermare che se è prioritario aumentare i salari, anche solo per ridare fiato al mercato interno, questo si può fare, senza aumentare il costo del lavoro, trasferendo sulle rendite una parte delle tasse pagate oggi dai lavoratori, come pure sappiamo come andrebbero accolti i continui inviti alla moderazione salariale – più moderati di così si muore… di fame - da parte di Confindustria: a pernacchie. Il costo del lavoro, in particolare se si tengono conto le ore lavorate annualmente, in Italia è già bassissimo. Sempre confrontandoci con la Germania, considerando tutti i dati che vi ho fornito, risulta che un’ora di lavoro di un italiano costa 22,2 dollari; circa la metà di quanto costi quella di un tedesco, 43,1 dollari. Imputare al costo del lavoro la nostra mancanza di competitività ha un senso, dunque, solo se si pensa di appartenere alla stessa categoria di paesi come il Messico, non se si guarda al resto d’Europa. La scarsa competitività del nostro sistema economico non nasce ieri; non è colpa di Berlusconi o Prodi, ma è il frutto di quattro decenni, almeno, di scelte sbagliate da parte dei governi e delle imprese. Da quando l’introduzione dello Statuto dei Lavoratori, prendendo atto che non eravamo più un paese in via di sviluppo, ha portato il costo del lavoro italiano a livelli comparabili, seppure sempre più bassi, a quelli degli altri paesi sviluppati, le nostre imprese anziché cambiare produzioni o aumentare la qualità di quel che già facevano, per poter pagare stipendi decenti ai propri lavoratori, hanno usato due armi per mantenersi competitive: la prima è quella delle continue svalutazioni della lira; la seconda, specialmente da quando l’entrata nell’Euro ci ha tolto la prima, quella di un feroce contenimento dei salari che ora sono, come avete visto, bassissimi. E’ nella mancanza d’innovazione, in particolare d’innovazione nei prodotti, il male del nostro sistema economico, oltre che nella mancanza di competitività – costo dell’energia, difficoltà nei trasporti, risibile efficienza della pubblica amministrazione – del Paese nel suo complesso. Per risalire la china dovremo agire su più fronti, a cominciare da una riforma scolasticache aumenti il grado d'istruzione dei nostri lavoratori e da una serie di misure che incoraggino l’attività di ricerca sia nelle singole aziende, quando le dimensioni lo consentano, che presso le associazioni imprenditoriali presenti nei tanti distretti produttivi italiani: dobbiamo tornare ad innovare altrimenti, come potenza industriale, siamo destinati a scomparire. Dovremmo fare anche tante altre cose: dovremmo ridurre la bolletta energeticaalle nostre aziende e offrire loro un sistema di trasporti efficiente; dovremmo ridare efficienza alla pubblica amministrazione, diminuire e razionalizzare gli adempimenti. Dovremmo fare di tutto, ma non certo diminuire il costo del lavoro: eventuali riduzioni del carico fiscale dovranno andare nelle tasche dei lavoratori, non servire a migliorare la competitività delle imprese; una competizione fatta a quel modo non è quello di cui abbiamo bisogno: dobbiamo competere aumentando la produttività – e servono investimenti – e la redditività del nostro lavoro – e servono altri investimenti -. Questo dobbiamo fare se non vogliamo diventare come il Messico prima, e su quella strada siamo bene avviati, e la Cambogia poi. Il Ministro Castelli, durante l’ultima puntata di Annozero, ha affermato che “ in Italia dopotutto non va così male”. Ha ragione; in Italia non va così male: per il lavoratori dipendenti va peggio, molto peggio. Va malissimo. http://www.agoravox.it/E-i-numeri-dicon ... ia-si.html .
_________________ Povera patria. Schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni. .... Nel fango affonda lo stivale dei maiali. Me ne vergogno un poco, e mi fa male vedere un uomo come un animale.
(F. Battiato) 1991
2011. Vent'anni dopo non è cambiato un cazzo.
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