di PIERO OSTELLINOCi sono cose che succedono solo in Italia e che non succederebbero mai a un altro Paese. La Banca centrale europea scrive una lettera al Governo Berlusconi ingiungendogli, in fondo, di realizzare lo stesso programma di riforme che il Cavaliere aveva posto a fondamento della sua discesa in campo nel 1994 e che non ha mai realizzato. Contemporaneamente, la BCE compra titoli di Stato italiani per alleggerire l’Italia del debito e darle ancora un po’ di tempo per fare quello che avrebbe dovuto fare, e non ha fatto, e che dovrebbe fare ora. E che fa il Governo? Traccheggia ancora.
Da un lato, procrastina il raggiungimento del pareggio di bilancio – la precondizione per salvare le finanze dello Stato dalla bancarotta – al 2014, ridando fiato alla speculazione internazionale sul suo debito, che rimette il Paese sull’orlo del baratro simil-greco. Dall’altro, invece di giocarsi la carta europea per disarmare tutti coloro i quali si oppongono alle riforme, nel centrosinistra da parte di certe forze al proprio stesso interno, reagisce accusando chi gli ha dato una mano (la BCE) di aver commissariato l’Italia per favorire la Germania – che, secondo voci governative, vorrebbe colonizzare finanziariamente i Paesi in crisi, fra i quali l’Italia – mentre, per parte sua, la Germania cerca solo di scongiurare il pericolo di collasso dell’Unione europea, inevitabile se uno dei suoi Stati membri facesse bancarotta e, al tempo stesso, di evitare che le proprie banche, che hanno comprato titoli dei debiti sovrani, finiscano nei guai.
Già questo riassunto dell’incredibile caso di un governo nazionale, che respinge la mano tesa dell’Europa e insiste pervicacemente nei propri errori, basterebbe a illustrare lo stato confusionale in cui si trova la politica italiana, sia del Governo, sia dell’opposizione.
Ma c’è, ahinoi, di più. Vengono, così, al pettine i nodi del «grande bluff» che perdura dal 1994: aver fatto credere agli italiani, man mano che passava il tempo, che delle riforme promesse, e mai realizzate, in fondo, non c’era bisogno perché erano già state realizzate tutte senza bisogno di ricorrere a misure straordinarie.
Il sistema pensionistico – che era passato da contributivo (ogni pensionato ha la pensione rapportata ai contributi che ha pagato quando lavorava) a ripartizione (la pensione, a quelli che hanno smesso di lavorare, la pagano i lavoratori ancora in attività) – era il più solido d’Europa, le relazioni industriali avevano raggiunto un tale tasso di flessibilità da consentire una forte crescita economica grazie alla maggiore produttività complessiva del sistema, il pareggio del bilancio era a portata di mano e il debito in calo.
Invece, era esattamente l’opposto. Il sistema pensionistico contributivo – che è il più liberale possibile, in quanto non solo rapporta le pensioni percepite ai contributi versati, ma consente, per questo, al lavoratore di scegliersi autonomamente il momento di smettere di lavorare avendo egli stesso stabilito quale sarà l’entità della propria pensione – già smantellato per dare la pensione anche a chi non aveva versato alcun contributo, era rimasto a ripartizione, cioè redistributivo della ricchezza prodotta e, perciò, esposto al ciclo economico; soggetto, tra l’altro, a continue revisioni e a progressivi allungamenti dell’età pensionabile per impedirgli di collassare e al bilancio dello Stato di andare in bancarotta.
Le relazioni industriali - ancora fondamentalmente governate dai contratti collettivi e lontane da quelle di un Paese a economia di mercato, malgrado certi minori interventi a favore di limitate situazioni locali e aziendali – sono state ulteriormente irrigidite dal recente accordo Confindustria-sindacati che riporta la contrattazione collettiva sotto il diretto controllo delle corporazioni degli industriali e dei lavoratori. La spesa pubblica, da quando il Cavaliere è sceso in campo, è aumentata di circa 600 miliardi di euro, facendo passare il debito da 1.400 a quasi 2.000 miliardi, che ha portato il Paese all’attuale condizione di pericolo. Le previsioni di crescita allo zero virgola.
Insomma, l’Italia ha subito una regressione progressiva – che non solo ne ha impedito la definitiva transizione alla modernità, cioè di entrare nel novero dei Paesi di capitalismo e di mercato avanzati – che ha accentuato il carattere para-sovietico del suo intero sistema; già disegnato, in parte, dalla stessa Costituzione del 1948, ma ulteriormente accentuato da un Governo che si dichiarava liberale e da un’opposizione che si professava parimenti riformista. Un Paese al rovescio. Cose che succedono solo in Italia e che non succedono a nessun altro Paese.
http://www.cdt.ch/commenti-cdt/commento ... escia.htmle questo è quanto.