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Il movimento dei forconi: questa non è rivoluzione
Con lo svolgersi della crisi peggiore degli ultimi cento anni è sicuramente possibile che movimenti di matrice reazionaria trovino fertile humus nel malcontento generale: quello che succede in Sicilia in questi giorni ne è un esempio.
Per comprendere la natura di ciò che sta accadendo occorre tener presente l’assetto politico generale dell’isola: il governo Lombardo quarto ha contato fino a pochi giorni fa sull’appoggio trasversale di Pd e Mpa, Fli, Api e Udc, condizione che garantiva comodi e lauti guadagni per le molteplici espressioni della borghesia locale. Oggi tale coalizione è in crisi, con il rischio per il terzo polo di diventare dunque una forza minoritaria: l’Udc ha già da qualche settimana mollato il governatore attendendo di scegliere la collocazione più proficua.
L’Mpa si ritrova quindi a fare i conti con una situazione di grande difficoltà ed in questo contesto trova la sua espressione il “movimento dei forconi” e “forza d’urto”.
La Sicilia è da sempre considerata terra del profitto per la borghesia locale mafiosa che manifesta stretti legami con la politica: non ne è certo esente il Pd come dimostrano le avventure di Crisafulli, Capodicasa e anche della stessa Finocchiaro, che con le dovute differenze, hanno per anni messo mani sugli appalti dell’isola.
In tale contesto un riequilibrio dei poteri in Sicilia può esigere il ricorso alla mobilitazione del settore più arretrato dei lavoratori e della piccola borghesia che è stato prontamente spalleggiato dall’estrema destra, i cani da guardia della borghesia. Imprenditori, agricoltori, autotrasportatori, armatori dei pescherecci: insomma padroni e padroncini, che con un manifesto politico blando potevano raccogliere facilmente il malcontento popolare.
È gioco forza che la piccola borghesia, soccomba, in condizioni stagnanti, all’attacco padronale teso al concentrare sempre più il profitto: essa oscilla di conseguenza, tra reazione e voglia di riscatto, tra programmi reazionari e posizioni avanzate. In quest’ultimo caso, la premessa ovvia è che vi sia un movimento di classe sul territorio.
Nel caso siciliano la matrice del movimento è essenzialmente reazionaria: i forconi rivendicano la defiscalizzazione dei carburanti, l’uso dei fondi europei per lo sviluppo da destinare all’agricoltura, il congelamento delle procedure di Equitalia Serit per la riscossione dei tributi, richieste che possono ad un occhio inesperto apparire popolari e pertanto trasversali ma che in realtà celano un chiaro connotato politico. La piattaforma organizzativa non mette in alcun modo in discussione i poteri locali e i poteri forti, quelli della borghesia, concentrando la polemica solo sul mancato finanziamento da parte del governo Monti e su richieste che, se si valutano nel concreto, non beneficiano che i padroni. Lo si legge tra le parole di Fiore di FN: Inoltre, “è necessario che venga attuato subito l’art 40 dello Statuto siciliano che prevede che il Banco di Sicilia emetta denaro unilateralmente per fronteggiare il crollo sociale in atto. Questa misura statutaria, oltre che la riduzione della benzina a 70 centesimi, e’ la mina sociale che Forza Nuova, a fianco di agricoltori e autotrasportatori, intende fare esplodere”.
Trova così spazio un’ideologia del tutto conservatrice che fornisce spazi alle ideologie neofasciste: Forza Nuova infatti ha da subito preso parte a tale movimento, e lo stesso Bossi si è scomodato a dare sostegno, attraverso la Padania.
In aggiunta basta fare un’analisi del territorio, osservando dove il movimento è più forte: Agrigento, Caltanissetta ed entroterra catanese. Località in cui Forza Nuova possiede i maggiori nuclei organizzati, i bacini elettorali prediletti per l’Mpa. I capi della protesta hanno connotazioni poi inequivocabili.
Martino Morsello, 57 anni di Marsala, ex imprenditore, già deus ex machina di ‘Altragricoltura’. E’ stato consigliere comunale a Marsala dal 1980 al 1993 e più volte Assessore per conto del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi. Nel 2008 candidato all’Assemblea Regionale Siciliana per la lista degli autonomisti a sostegno dell’attuale governatore della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. Tra i punti del suo programma figurano anche i condoni previdenziali per le attività agricole artigianali ed industriali. Ultimamente si è avvicinato a Forza Nuova partecipando, lo scorso 10 gennaio al congresso nazionale del movimento neofascista dove ha dichiarato: “Forza Nuova, unico partito con cui interloquiamo”. È titolare del dominio internet “movimentoforconi.it” e gestisce, assieme alla figlia Antonella, dipendente di Forza Nuova di Terni, la pagina Facebook del movimento.
Mariano Ferro, imprenditore agricolo di Avola, ex Forza Italia, ex Mpa con ambizioni in politica, candidato in passato alle amministrative, a sindaco di Avola e poi alla Camera, ma senza successo. Da sempre ha indicato chiaramente il proprio sostegno a Lombardo che ha sostenuto alle ultime regionali.
Pippo Gennuso a Rosolini, centro agricolo del siracusano. Gennuso, appartiene all’Mpa, ed è in lotta con il governo nazionale da anni.
Giuseppe Richichi, 62 anni, da un ventennio alla guida degli autotrasportatori dell’Aias: ex trasportatore, è tra i responsabili di un consorzio che gestisce un autoparco a Catania realizzato con fondi pubblici. Fu proprio Richichi, dodici anni fa, a mettersi a capo della protesta che per una settimana mise in ginocchio la Sicilia. In quell’occasione Richichi, molto abile a tenere i rapporti con la politica tanto da ottenere consulenze che all’assessorato regionale ai Trasporti col governo Cuffaro, finì in carcere con l’accusa di avere tagliato le gomme ad alcuni tir per impedire che aggirassero la protesta, all’epoca ribattezzata ‘tir selvaggio”. Assieme a lui furono arrestati altri due membri dell’associazione, tra cui Nunzio Di Bella, 49 anni, altro storico leader degli autotrasportatori.
A capo di poche centinaia di uomini sparsi nella Sicilia, i leader di Forza nuova-Mpa hanno guidato una vera e propria serrata. Con atti intimidatori e mafiosi hanno bloccato tir, camion e furgoni e spesso automobilisti nella principali arterie stradali e svincoli: la minaccia più frequente il taglio delle gomme e dove ciò non è stato sufficiente si è arrivato al pestaggio (un caso accertato quello di Lentini, nel siracusano). In molti comuni dell’entroterra siculo (Palagonia, Scordia, Militello) numerose testimonianze parlano di una vera e propria serrata che ha impedito ai braccianti di lavorare e alle attività commerciali di restare aperte; diversi negozianti hanno dichiarato di aver subito pressioni pena l’incendio dei locali. La parola sciopero è stata abusivamente sostituita a quella di serrata, consegnandola ai media locali, in un’ottica del tutto revisionista. Le forze dell’ordine si sono rivelate del tutto conniventi con quanto accade, garantendo grande agibilità ai manifestanti nei presidi.
In questo clima, come sempre accade quando la risposta a sinistra stenta ad arrivare, i fascisti prendono piede e minacciano l’estensione della loro azione.
Il movimento dei forconi crea infatti un precedente che le borghesie mafiose sono pronte a rispendersi altrove: già sono stati individuati altri referenti regionali, (casualmente) tutti e tre di Forza Nuova. Si tratta di Umberto Mellino per la Calabria e, per il Lazio, Antonio Mariani, responsabile Agricoltura di Forza Nuova Frosinone. E infine di Fabiano Fabio di Foggia per la Puglia .
La nostra critica non ha nulla a che spartire con quella di Confindustria Sicilia, che con il suo presidente Ivan Lo Bello, dichiara di dissociarsi da tali manifestazioni ritenute “proteste esasperate, con forme di lotta che stanno causando ulteriori danni all’economia e ai cittadini siciliani. Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità organizzata e non”. Il documento è anche firmato dai vertici regionali di Confartigianato, Confagricoltura, Confederazione italiana Agricoltori, Cna Sicilia, Casartigiani, Confapi Sicilia, Confcommercio, LegaCoop, Confesercenti Sicilia, Confcooperative, UniCoop.
Il problema qui infatti non è la ribellione in sè, ma gli interessi che ci stanno dietro e i fini che un movimento si propone.
Il senso reale della protesta è sottolineare quali sono le organizzazioni politiche che fungono da serbatoio dei voti. Se non si sbloccano i finanziamenti, di modo che tutti i padroni locali possano continuare ad attingerne, tali serbatoi verranno prosciugati. Le manifestazioni cui si sta assistendo assumono connotazioni fasciste, come classicamente accade nel Sud italia perché la mafia, mera espressione dei poteri politici ed economici locali, utilizza le difficoltà economiche della classe per ripristinare l’ordine dei privilegi padronali. Una volta ottenuto ciò la protesta verrà fatta rientrare.
Leggere in tale movimento un carattere di classe, come è capitato inizialmente a molti militanti di sinistra, è quindi impossibile. Se è di classe, di certo non è la nostra classe. L’assenza di un programma politico chiaro tuttavia può aver fatto breccia tra alcuni settori di lavoratori autonomi, studenti, precari e disoccupati che attirati da una blanda piattaforma di rivendicazioni, in alcuni casi, si sono, sebbene in minima parte, aggiunti alla protesta.
Compito dei comunisti è fare chiarezza. Occorre oggi comprendere la natura di tale movimento per non consentire alle destre di riorganizzarsi: prendere parte a tale iniziativa diventa lesivo della nostra identità e non consente di fare chiarezza nei confronti dei lavoratori e degli studenti.
Come marxisti siamo consapevoli che il problema del mezzogiorno non deriva dalla destinazione dei flussi economici: che sia un padrone siciliano od uno piemontese a gestire tali flussi non cambia che a pagare le conseguenze del sistema capitalista siano sempre e solo i ceti subalterni, sotto la gestione e il controllo di coloro che ci lavorano. Occorre oggi lottare per la nazionalizzazione del settore dei trasporti e dei settori produttivi alimentari. Se la benzina aumenta la responsabilità è delle multinazioni del petrolio e dei loro servi al governo: nazionalizzare l’intero settore degli idrocarburi deve essere la nostra risposta. Solo in questo modo sarà possibile il riscatto per il sud, incidendo sulla disoccupazione che è il terreno su cui gli imprenditori mafiosi riescono a radicarsi.
Ecco come interloquire con quei settori della piccola borghesia rovinata dalla crisi del capitalismo: sulla base di un programma rivoluzionario che metta in discussione il capitalismo. Non va certo in questo senso la dichiarazione di ieri della segreteria regionale di Rifondazione comunista, che oltre che tardiva e fiacca nei contenuti, sembra giungere da un’altra era politica quando fa appello “a quei settori del Pd che si battono contro Lombardo e contro i poteri mafiosi”.
Unire le vertenze locali, partendo dal basso, promuovendo iniziative assembleari tra sindacati, partiti e movimenti anticapitalisti e antifascisti, tra lavoratori dei vari settori e studenti diventa prioritario: studenti ed operai uniti nella lotta, per l’alternativa di sistema!
D'altro canto...
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Perchè non ci spaventano i forconi
I cinque giorni di blocchi annunciati dal movimento dei forconi sono finiti. Ma la lotta contro la crisi e i ricatti del debito sembra ormai aver raggiunto gli animi di chi abita le terre siciliane e ampie parti del movimento hanno annunciato di voler proseguire ad oltranza.
Oggi un grande corteo di oltre mille studenti ha siglato a Palermo la vicinanza e la complicità del tessuto metropolitano alla lotta e alle rivendicazioni di chi, con i blocchi di tutta la settimana, ha provocato tanti disagi: dalla penuria di benzina a quella degli alimentari a breve conservazione ai disagi alla mobilità. E questo nonostante i tentativi, cresciuti esponenzialmente man mano proseguiva la protesta e la durezza delle pratiche, di criminalizzare il movimento da parte dei media e di molti intellettuali ed opinionisti.
I punti attaccati da questi politicanti sono stati diversi ma riconducibili sotto tre semplicistiche etichettature da appioppare ai manifestanti: mafiosi, fascisti e strumentalizzati (da Lombardo e Miccichè).
A ben vedere tutte critiche provenienti da chi, a soli cinque giorni di mobilitazione, è già tagliato fuori da ogni possibilità di recuperare le forze in campo (Confindustria, il partito di Repubblica & co.), o da chi, più semplicemente, analizza il reale completamente al di fuori da ogni materialismo e si aspetta un tessuto in agitazione pronto per l'uso, pulito e scevro da interferenze esterne.
La protesta popolare che si è diffusa in Sicilia, come tutte le proteste di questo tipo, è complessa, di massa e contraddittoria, ma di sicuro parla il linguaggio della lotta contro la globalizzazione, contro equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che mette sotto ricatto larghe fasce della società siciliana, contro la casta politica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori e le loro famiglie, contro l'aumento dei prezzi della benzina e il carovita in generale. E a questa analisi che ha individuato i giusti nemici il movimento dei forconi fino ad ora ha affiancato la giusta pratica della lotta. Blocchi stradali, fermo di tutti i tir che entrano ed escono dalla città, e momenti di propaganda contro i governi regionale e nazionale.
Per avere delle risposte chiare alle critiche addotte al movimento circa le strumentalizzazioni da parte di forze politiche reazionarie ci è bastato mescolarci con chi, a Palermo, ha portato avanti i blocchi e le manifestazioni, ci è bastato ascoltare in prima persona le voci dirette o amplificate dai megafoni e leggere le parole urlate sui cartelli e i volantini: può anche darsi che qualcuno abbia (o più plausibilmente abbia avuto) mire su questa mobilitazione, ma chi scende in piazza dimostra quotidianamente di non aver alcuna fiducia in nessun politico o politicante, che sia di destra o di sinistra, dell'Mpa o di Forza del Sud. Ma d'altronde, anche se il tutto fosse partito sotto la spinta di qualche Miccichè di turno, quello che appare è che la sua scintilla ha divampato un incendio che non è più in grado di controllare (e lo dimostrano gli incontri con Lombardo tutti ad esito negativo).
Per quanto riguarda le paure fasciste dentro il movimento nessuna parola ci sembra più adeguata che quelle usate dal comunicato di Anomalia e VikLab: “crediamo sia biologico, nelle origini di questi movimenti, che venga ricercato supporto in chiunque lo conceda; non è forse più significativa la colpa di chi (...) rimanendo distante dalla materialità dei rapporti sociali, lascia spazio di agibilità a costoro che, ovviamente (e dove sta la novità?), cercano di agire questo spazio attraverso il loro sporco populismo? Non è forse il solito esercizio retorico di "sinistre da salotto" in attesa di momenti messianici già pronti e confezionati e mai pronta a "sporcarsi le mani" in dinamiche che vanno irradiate di contenuti, non certo tenute a distanza”.
Per le accusa riguardo le infiltrazioni mafiose ci sembra invece di poter fare un parallelo tra quella che è la criminalizzazione più classica a livello di mobilitazioni nazionali, i black-bloc, e questa che è la più classica per le mobilitazioni da Napoli in giù: impossibile non pensare alle accuse identiche mosse a chi in Campania lottava per non vedere costruito un inceneritore dietro casa (ma di esempi potrebbero farsene tanti altri). La procedura è sempre la stessa: prendi il mostro cattivo (che sia germanofono, nero e col passamontagna, o terrone, basso e con la coppola poco importa), fotografalo tra i manifestanti e dissemina la paura. Non sembra neanche il caso, dunque, di sprecare energie per parlare di questioni del genere.
Quello che sembra centrale è invece che a partire da quella che doveva essere una rivendicazione quasi corporativista di un paio di categorie, stia divampando una protesta realmente estesa e di popolo. Si diceva all'inizio che, come è ovvio che sia a dispetto di quanto si augurano intellettualoidi e politicanti radical-chic, una situazione del genere sia complessa e contraddittoria, ma criminalizzarla sin da principio è un doppio errore.
Intanto perché le contraddizioni in questo modo vengono risolte con la facile assimilazione del movimento da parte di chi offre sponde politiche. In secondo luogo perché non permette di cogliere i reali motivi per cui una massa così numerosa di persone stia scendendo in piazza per urlare la propria rabbia contro un sistema economico ingiusto ed uno politico sordo ai propri bisogni.
Siamo di fronte, senza voler fare facili parallelismi o semplificazioni fuorvianti, a quella stessa eccedenza che da Madrid a New York ha riempito le strade e le piazze per rivendicare un'esistenza più dignitosa e una vita più felice contro il sistema economico-finanziario globale e contro quelli politici-istituzionali che lo innervano, siamo di fronte a quella rabbia che a poche miglia di mare ha provocato la caduta di regimi ventennali...eppure la solidarietà e la simpatia che quegli stessi opinionisti muovevano verso movimenti così ampi ed eterogenei pare perdersi adesso nella paura di doversi confrontare e scontrare con un fascista o un padroncino, o in quella di avere un movimento reale giusto a casa propria.
A noi pare di dover salutare con entusiasmo questo movimento siciliano e di augurargli una lunga vita e una rapida espansione.