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 Oggetto del messaggio: L'Inferno in Terra
MessaggioInviato: mar lug 19, 2005 11:03 am 
Schiavo
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Visto che in questi giorni si parla tanto di Giustizia,e di Riforme,e di mettere il bavaglio al CSM e ai Magistrati tutti,vorrei portare l'attenzione sul "dopo-processo",sulla fine che fanno quegli imputati una volta che si alzano dalla sedia del tribunale;vi stupirete,ma non finiscono di certo negli hotel a 4 stelle definiti e decantati dal Signor Ministro Castelli,nè da Sua Eccellenza Berlusconi


Cita:
"I tossicomani hanno scontato 225mila anni dalla legge del '90"
"Ma la vera emergenza è il boom di detenuti extracomunitari"

Carceri, l'universo che esplode
Mai così tanti i detenuti: 60mila

di ATTILIO BOLZONI

Si è cucito le labbra con ago e filo e poi non ha pianto più. È tornato nella sua fossa Eduard, in quel buco che per pudore le circolari ministeriali non chiamano mai cella ma sempre camera. Un antro, una tana fradicia dove il ragazzo forse uscirà vivo nel 2008 o nel 2010. Ha vent'anni, è rumeno, soffre di violenti mal di testa. È dentro per furto e nessuno lo cura e nessuno gli parla. Dentro c'è anche Antonio che ha spacciato, c'è Abdul che è appena sbarcato, c'è Michele che è anche lui malato. Sono loro gli avanzi d'Italia. Rinchiusi in quei recinti, nascosti alla vista. Oltre le mura. Sono loro, soprattutto loro, i nostri 60 mila prigionieri.

Tanti così non ce n'erano dai tempi di Togliatti e della sua amnistia del '46, più di mezzo secolo fa. E vanno sempre ad aumentare quelli che le statistiche impazzite registrano come i "nuovi giunti", gli sciagurati che lasciano un'umanità per finire nei gironi dei vinti, degli ultimi. E anche se non ce ne entrano più a San Vittore e a Rebibbia, all'Ucciardone e a Sollicciano, a Poggioreale, a Pagliarelli e a Secondigliano ce li ficcano lo stesso a forza nelle sezioni, nei bunker, in quei reparti speciali dove il sole non si vede mai. Li mettono uno accanto all'altro, uno sopra l'altro. E li contano di giorno e di notte, li piantonano fino a quando sconteranno tutte le pene del loro inferno.

Scoppiano le carceri italiane in questo inizio d'estate che trasporta fuori le paure e le sofferenze di un mondo che è cambiato, che non è più quello di prima. Perché sono cambiati i suoi abitanti, le loro aspettative, il modo di stare in quella cella che per tre anni o per una vita sarà la loro casa. In nome della legge il carcere italiano ha subito una metamorfosi. E adesso non ha più il suo ordine.

Scoppiano di dolore e di rabbia le prigioni. E sempre più dannato è il popolo che si aggira in quei cerchi di malattia, di droga, di sesso brutale, di pestaggi, di ricatti, di suicidi annunciati e consumati. E poi, di notte, il silenzio assordante di quelle "camere", celle che sono diventate come un caravanserraglio, tutti ammassati, tutti pigiati. Ce ne sono quasi 17 mila in più di quanti dovrebbero essere, nelle 205 case circondariali e di reclusione sparse dal Trentino alla Sicilia.

Quest'inchiesta è stata pensata qualche settimana fa, quando in redazione è arrivata una lettera da Favignana. Due paginette scritte a mano, firmate da Sergio: "Vorrei ricordare al signor ministro Castelli che in questo carcere da lui visitato ci sono persone e non bestie... Come si fa a parlare di reinserimento del detenuto dove le celle si trovano 11 metri sotto il livello del mare, senza finestre con umidità e muffa?" E aggiungeva Sergio: "Il signor ministro Castelli si è permesso di dire che le carceri sono alberghi, lo invitiamo a farsi una settimana qui". Poi confessa il tormento di vivere dietro quelle sbarre: "In questo carcere non funziona nulla, gli educatori sono solo due, il direttore è inesistente, il comportamento del comandante porta solo all'esasperazione, gli agenti di custodia non li controlla nessuno".

Sergio è un detenuto disperato ma sa scrivere. Cosa che non sanno fare Omar e Rashid e Khalid, tre fratelli marocchini arrestati un anno fa per reati di droga e rinchiusi in tre carceri diversi. Per incontrarli la madre ogni settimana prima va a Roma, poi a Frosinone e poi ancora a Santa Maria Capua Vetere. Anche il nigeriano S. non sa scrivere e non sa parlare in italiano. L'avvocato di ufficio ha patteggiato per lui una pena di 3 anni per un furto. S. non ne sapeva nulla, marcirà a Rebibbia fino al 2008. Come Mario, che si faceva di eroina prima di entrare in carcere e ha continuato anche in semi libertà. Un giorno ha chiesto aiuto agli operatori penitenziari e l'hanno rimesso dentro. Come Stella, tossica che riempiono di psicofarmaci, capsule di Rivotril dalla mattina alla sera per farla stare buona. Le sue compagne raccontano che nelle ore d'aria cammina barcollando aggrappandosi ai muri.

È cambiato il carcere. Il 30 per cento dei detenuti sono tossicodipendenti o lo sono stati. E un altro 30 per cento sono extracomunitari. Tantissimi i marocchini e i tunisini, tanti gli algerini. E molti neri, molti albanesi, sempre di più i rumeni. Sono quasi tutti superstiti dell'eroina e di quelle attraversate con i barconi nell'Adriatico o nel Canale di Sicilia. Sono loro che affollano le prigioni.

È proprio cambiato il carcere. "E quella degli immigrati non è una delle questioni, è la questione", spiega Marta Costantino, direttrice della casa di reclusione di Saluzzo. È il "sistema carcere" che è saltato, il carcere che non funziona più come istituzione. Ricorda la direttrice Costantino: "Dopo le rivolte degli anni '60, dopo le catene di omicidi, con la legge Gozzini si era arrivati a una pacificazione, a un patto fondato su uno scambio, sul rispetto delle regole: tu detenuto ti comporti bene, io carcere ti offro la possibilità di accedere a tutti i benefici. Ma adesso chi lo deve fare questo patto? Lo straniero che non ha una casa per usufruire degli arresti domiciliari, uno che non ha famiglia, uno che non ha nemmeno un nome ma ne ha sei o sette di nomi e tutti falsi?".

È il carcere che ha modificato se stesso. E che è diventato territorio sconosciuto. Perfino i servizi segreti sono disorientati, oggi non hanno più un "controllo", sono disperatamente a caccia di informazioni sui detenuti del Magreb, i medio orientali, i "nuovi giunti" di fede islamica.

E sono tornate di moda le evasioni. C'è chi scava con il cucchiaio la terra sotto i suoi piedi. E chi con la lima, come nei fumetti di Topolino, prova a segare le sbarre. Ogni tanto ce la fanno. E scappano. Sette i detenuti che se ne sono già andati in questo 2005.

E sono riprese le incursioni delle famigerate "squadrette". I pestaggi, quelli che nella campionatura carceraria sono inseriti tra gli "eventi critici". Qualche settimana fa un ragazzo tossicodipendente e malato di Aids, è stato massacrato in un carcere del Lazio perché era agitato. "Era reattivo", c'era scritto nella relazione di servizio presentata al direttore del penitenziario. Gli agenti si sono infilati i guanti e poi giù legnate. L'hanno trascinato per il corridoio e via via che lo trasportavano verso l'infermeria, si aggiungevano altri agenti a bastonare. L'hanno sedato con i farmaci e denudato, polsi e caviglie legate e poi l'hanno tenuto 48 ore nel letto di contenzione. Le "squadrette" girano sempre. "E purtroppo quando le denunciamo ci guardano tutti male, a cominciare dai nostri colleghi", risponde Fabrizio Rossetti, ispettore e responsabile nazionale della polizia penitenziaria per la Cgil.

Sono 46 mila gli agenti di polizia delle carceri. La rappresentanza sindacale è una selva di sigle, un'altra bolgia. E la "smilitarizzazione" qui è arrivata senza un "percorso", senza quella battaglia civile e culturale che ha segnato la svolta per esempio nella polizia di Stato. Tra gli agenti penitenziari ci sono ancora ex marescialli e "superiori" che hanno un'idea antica del carcere, che continuano a gestirlo con i vecchi metodi. Nonostante le direttive del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

Così diventa tutto più pericoloso, tutto più letale nel chiuso di una prigione. E non basta mai l'impegno e la sensibilità dei direttori più illuminati o degli educatori, non basta mai la straordinaria generosità che portano i volontari, le associazioni cattoliche, quella "comunità esterna" che non volta le spalle alle prigioni. Dice Sebastiano Ardita, il magistrato che è a capo della direzione dei detenuti e del trattamento del Dap: "Emergenza nelle carceri è l'impossibilità di adeguarsi a tutte le disposizioni che le leggi e le norme prevedono. Ed è quello che ogni giorno un direttore di carcere deve affrontare". Immagina il carcere che vorrebbe: "Da costruire intorno al detenuto e non viceversa".

Ma il carcere è altro. Cos'è? Per l'ex sottosegretario alla giustizia Franco Corleone, che è garante dei diritti dei detenuti di Firenze "è un contenitore di corpi a perdere". Corleone fa risalire la crisi del "sistema" a prima delle ondate migratorie: "Tutto si è stravolto nel 1990 con la legge Craxi sulla droga. Dopo 2 anni i detenuti erano già un terzo in più. Ho fatto il conto che, da quella legge, i tossicodipendenti hanno scontato in Italia qualcosa come 225 mila anni".
Il nostro viaggio nelle carceri è appena iniziato. E ci stiamo avvicinando ad altri suoi orrori. Là dentro si muore.
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MessaggioInviato: mar lug 19, 2005 11:05 am 
Schiavo
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Succede soprattutto ai più giovani: inalano il gas della bombola
Vengono archiviati come incidenti, a volte come overdose

Così si può morire di carcere
in cella un suicidio ogni 5 giorni

di ATTILIO BOLZONI


ROMA - Lo fanno con il gas e sempre di notte. Si avvicinano alla bombola dei fornelli e sniffano e sniffano fino a quando il torpore li porta via. Nel loro gergo è la "piccola neve", butano e propano liquidi, al cervello non arriva più ossigeno, un po' di euforia e poi l'avvelenamento. Se ne vanno senza un grido. Li trovano la mattina dopo immobili sul materasso, come fossero ancora nel sonno profondo. I referti medici li archiviano sbrigativamente come "incidenti", a volte però le perizie si spingono a diagnosticare un "decesso per overdose".

L'amministrazione penitenziaria preferisce seppellirli così: tossici in astinenza. Mostrano sempre una certa avversione nel riconoscere quelle morti. Sono troppo scomode. E troppe. Nelle carceri italiane c'è un suicidio ogni cinque giorni.

Si muore di disperazione nelle prigioni. E contrariamente a ciò che potrebbe sembrare ragionevole, si muore anche presto.

Dopo pochi mesi o solo dopo poche ore da
quando si varca quel filo spinato, nelle sezioni, nei camminamenti per l'aria degli "isolati", sotto le torrette, dietro le mura che separano dall'altro mondo. E sono gli uomini giovani che decidono di andarsene più degli altri, che si ammazzano.

Marco ha legato il lenzuolo alle sbarre e poi intorno al collo. E si è lasciato scivolare. Nunzio si è infilato un sacchetto di plastica alla testa e ha stretto stretto fino a quando non respirava più. E poi Maurizio a San Vittore con il fornellino, lo stordimento con il gas, anche lui con la piccola neve, lo "sballetto delle carceri". Avevano tutti e tre meno di quarant'anni.

Nessuno di loro doveva passare il resto della vita in quella o in un'altra galera. Imputati di piccoli reati, pene brevi da scontare, erano in attesa di giudizio. Come Marco e come Nunzio e come Maurizio, il 40 per cento di chi si uccide aspetta ancora il processo di primo grado.

Ci si toglie la vita più che fuori, nelle prigioni d'Italia.
Diciotto volte di più: è il tasso dei suicidi tra la popolazione detenuta e l'altra, quella libera. E ci si uccide soprattutto nei penitenziari che sono diventati casba, le case circondariali dove in una cella ne ammucchiano sei o sette anche per un anno o due, dove i letti a castello quasi toccano il soffitto, dove sono pochi gli educatori e pochi gli psicologi, dove ancora meno sono i medici. E dove la doccia non la puoi fare tutte le mattine, perché l'acqua non basta mai per tutti. E le pareti trasudano di umidità. E c'è buio anche quando splende il sole.

I più a rischio sono proprio quelli che chiamano i "nuovi giunti", smarriti, spaventati, non abituati al carcere. "I detenuti più giovani, quelli che entrano in penitenziario per la prima volta, non hanno dimestichezza con gli stili di vita, le regole e le gerarchie dominanti e sono sprovvisti di un "codice di comportamento" che li pone al riparo delle insidie e dai traumi della vita reclusa", spiega il sociologo Luigi Manconi, garante dei diritti "delle persone private della libertà" per il Comune di Roma e autore di una ricerca con Andrea Boraschi sui suicidi in carcere negli ultimi anni. Sarà pubblicata nel prossimo autunno sulla "Rassegna italiana di sociologia", è uno spaccato di quello che accade nel cupo isolamento dei bracci, numeri, storie, tabelle e grafici che svelano l'orrore della morte dietro le sbarre.

E' uno studio che disegna l'identikit del detenuto suicida, che scopre a sorpresa come non c'è quasi mai relazione tra il togliersi la vita e la "riduzione della speranza": non sono gli ergastolani che si impiccano, che si avvelenano, che si soffocano. Non è solo la lunga detenzione che fa paura. Dice ancora Manconi: "L'ineluttabilità della pena e la certezza di dover scontare una condanna pesano meno dell'incertezza sulla propria condizione. E la possibilità di essere riconosciuti innocenti non appare sufficiente a scongiurare la decisione del suicidio".

E' giovane il detenuto che si uccide, aspetta ancora di essere giudicato, è appena entrato in carcere. Quasi il 20% dei suicidi avviene tra il primo e il settimo giorno dall'ingresso alla "matricola", il 50% nei primi sei mesi. E molti, subito dopo un trasferimento da un carcere all'altro.

Il cambiamento provoca uno stress che per alcuni è insopportabile. Per M. ad esempio, schizofrenico, già assolto per incapacità di intendere e di volere, ricoverato più volte in ospedali psichiatrici giudiziari. Appena l'hanno portato a Rebibbia, un primo maggio si è impiccato.

Spesso la stampa non viene a conoscenza di quelli che non ci sono più. Nessuno ne dà notizia. Il carcere custodisce tutti i suoi segreti. E tende a far sempre una sua conta di quei morti. Sono 25 in questi primi sei mesi dell'anno secondo il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

Sono 30 secondo Manconi e tutte quelle associazioni che provano a "guardare" nel pozzo nero dei bracci. È una guerra di numeri.

Come per i detenuti che muoiono per malattia. Le statistiche ufficiali non calcolano mai quelli che tirano l'ultimo respiro su un'ambulanza o in un reparto ospedaliero esterno. Alzano la media. "Viceversa dalle carceri arriva con inesorabile puntualità la segnalazione di tutti gli spettacoli musicali e teatrali, delle gare sportive, dei concorsi di pittura e di poesia", scrivono su "Ristretti Orizzonti", agenzia di informazione dal carcere che ha appena sfornato un altro dossier su suicidi e "morti per cause non chiare". E aggiungono: "L'istituzione carcere vuole dare di sé un'immagine addolcita, troppo parziale".

E' guerra di numeri per il presente e per il passato. Dicono al Dap: "Negli ultimi tre anni i suicidi sono calati". E hanno anche istituito un gruppo, l'Umes, l'unità di monitoraggio degli "eventi suicidiari". Ma abbiamo già visto anche per altre vicende carcerarie come le direttive del centro non arrivino sempre a destinazione, nei penitenziari. C'è un carcere virtuale fatto di norme e di regolamenti, di progetti elaborati anche con le migliori intenzioni. E c'è un carcere reale, quello dove si sente il sudore dei corpi, l'odore della paura, il puzzo di morte. È un fosso. E in fondo al fosso ci sono loro, i suicidi.

Raccontano Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella - il primo tra i fondatori dell'associazione Antigone e il secondo ex direttore di istituti di pena e attualmente presidente nazionale di Antigone - nel loro libro "Patrie galere": "Dopo il primo morto, traumatico per tutti, a partire dal secondo ci si scandalizza sempre di meno. Una grande percentuale di detenuti esprime idee di morte. Alcuni ci provano. I tentativi di suicidio sono alcune migliaia l'anno...". E quasi un quinto di chi minaccia di farsi fuori, poi lo fa davvero. Anche in questo 2005 ce ne sono stati tanti.

Ogni prigione italiana ha le sue croci. Gioia, quarant'anni, carcere di Parma. Detenuto italiano di ventotto anni, carcere di Bologna. Detenuta jugoslava di trentuno anni, carcere di Torino. Nunzio ventotto anni, carcere di Sulmona. Alfonso, trentacinque anni, carcere di Torino. Sergio, ventinove anni, carcere di Padova...
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