Stop reale al blocco della Striscia di Gaza, riconoscimento reciproco delle altrui sofferenze, ma soprattutto azioni concrete della comunità internazionale su entrambi i fronti. Ecco la prima, semplice ricetta per affrontare il conflitto israelo-palestinese. Ma il futuro sembra buio, con le rispettive parti politiche oggi più che mai frammentate e il sostanziale immobilismo di Unione Europea e Stati Uniti.
Si può sintetizzare così la discussione di illustri ospiti, in rappresentanza dell’Onu e di autorità politiche israeliane e palestinesi, svolta oggi (21 luglio) a Roma durante la conferenza internazionale promossa dalla Cgil per fare il punto sugli aspetti umanitari e lavorativi della crisi medio-orientale.I lavori si sono aperti con la relazione della segretaria confederale di Corso Italia, Nicoletta Rocchi. “Il sogno - ha esordito - è quello dei due Stati con pari dignità perché come sindacato crediamo nelle ragioni dei due popoli. Imbarazza, in questo scenario, il sostanziale disinteresse delle istituzioni internazionali che ormai non riescono ad andare oltre i comunicati e le dichiarazioni”.
L’accento - non poteva essere altrimenti - va subito su Gaza. “Crisi umanitaria nella Striscia? Direi piuttosto crisi globale, totale”. Non ha dubbi Filippo Grandi, commissario generale dell’Unwra, l’agenzia della Nazioni Unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi. “La situazione, purtroppo, non va si muove di un millimetro, in Cisgiordania come in Libano.
Ma nella Striscia è veramente complicata. Mettiamoci nei panni di un ragazzino di quindici anni che vive lì. Quali prospettive ha? Nessuna. La situazione è figlia anche di questo blocco assurdo”. Chi parla di allentamento, aggiunge, “non sa che nella realtà i risultati sono scarsi, se non addirittura nulli. Oggi Gaza è una specie di prigione fisica e psicologica che spinge verso derive estremiste”. Grandi lancia poi un appello sulle difficoltà vissute dall’Unwra, cui mancano 75 milioni euro di fondi da parte dei governi internazionali. “Oggi - ha detto - dopo l’autorità palestinese siamo il principale datore di lavoro per gli arabi e mandiamo a scuola mezzo milione di ragazzini. Senza quei finanziamenti rischiamo di chiudere quelle scuole”.
È tutta la situazione economico-lavorativa dei territori arabi occupati a essere “terrificante”. Parola di Friederich Buttler, esperto dell’Ilo, che definisce Gaza “un cimitero di prospettive”. Nel giro di dieci anni, ricorda, il reddito pro capite è calato del 15 per cento e sette palestinesi su dieci vivono con un dollaro al giorno. Il tasso di disoccupazione ufficiale è intorno al 40 per cento senza contare l’economia illegale e il sommerso. “Dai nostri rapporti sul campo - spiega - sappiamo di lavoratori sfruttati e maltrattati, specie quelli arabi impiegati nelle colonie”. Il lavoro, insiste, “dev’essere al centro di ogni strategia e per questo l’Ilo sta pensando a un’agenzia pubblica che si occuperà proprio di questo nei territori. Ma resta fondamentale la fine del blocco della striscia, altrimenti non si va da nessuna parte”.
È poi il turno Avraham Burg, ex portavoce del Parlamento israeliano. “Ora c’è chi parla di due Stati, o del terzo (Gaza) o addirittura del quarto (per i Coloni).
La verità è la maggior parte dei nostri due popoli non vuole questa guerra, ma purtroppo una soluzione rapida non c’è. Si può ripartire da una politica basata sulla fiducia e sul riconoscimento del trauma subito dal vicino, ci vuole più ottimismo.
Però senza un intervento esterno non si risolverà mai nulla, neppure la partita di Gaza su cui c’è la questione egiziana”. Meno ottimista Adel Atieh, delegato dell’Autorità palestinese presso l’Ue.
“Purtroppo Israele continua con la politica degli insediamenti delle colonie, mentre Hamas è la conseguenza del fallimento delle trattative di pace”. Quindi l’appello condiviso con l’ex portavoce della Knesset: “Signori, dovete intervenire, l’Europa non può rimanere a guardare senza muovere un dito”.
A trarre le conclusioni è stato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Anche a suo giudizio le difficoltà sono destinate ad aumentare. “Israele e Palestina vivono al proprio interno debolezze politiche che fino a quattro cinque anni fa non c’erano e, si sa, una rappresentanza debole rende più difficile stipulare accordi duraturi. Anche il quadro esterno è peggiorato, basta citare Iran e Aghanistan.
E l’Unione europea, complice la crisi, non è mai stata debole come oggi”. Poi un appello al governo italiano. “Di fatto – ha osservato – non fa un passo, né ho sentito parlare della vicenda in una aula del Parlamento. Bisogna fare di più.
Come sindacato mondiale abbiamo favorito un accordo tra le rappresentanze dei lavoratori di Israele e Palestina, che prima s’ignoravano. Questo è il nostro compito, ma non basta, è l'ora che i governi internazionali facciano qualcosa di più”.http://www.rassegna.it/articoli/2010/07 ... o-per-gazaA parte la constatazione che per certi problemi si da più da fare un sindacato che altre istituzioni, mi chiedo che ruolo potrebbe svolgere l'Unione Europea nella risoluzione pacifica del conflitto Israelo-Palestinese.
Penso che chiunque qua condividerà che per avere un qualsiasi ruolo prima di tutto l'Unione Europea deve diventare non solo più unita economicamente ma anche politicamente, una questione più complessa è invece il rapporto che sussiste fra le potenzialità di agire in tale conflitto e la politica atlantista portata avanti fino ad oggi
Voi che ne pensate anche riguardo a questo ultimo punto?