LINKCita:
30/8/2010 (7:41)
L'ospedale dei baroni tra pallottole e sospetti
Una "famiglia" di 1500 docenti: metà ha almeno un parente al Policlinico
di Laura Anello
MESSINA - Ma di che cosa si stupisce? Lo sa che cosa ha visto questo ospedale?». E giù a raccontare delle pallottole sparate nel 1998.
Bersaglio il direttore della clinica di Endoscopia digestiva Matteo Bottari, il genero dell’ex rettore. E delle accuse, poi cadute, al collega epatologo Giuseppe Longo, «topacchione assassino» nelle intercettazioni, finito in carcere per storie di mafia e infine assolto. E poi, scendendo dal sangue al malcostume, del processo in corso a carico dell’attuale Magnifico, Francesco Tomasello, ordinario di Neurochirurgia, accusato con altri ventitré fra docenti, funzionari e ricercatori, di avere truccato un concorso a Veterinaria. Già, di che cosa ci si stupisce, qui, nel verminaio Messina, se due ginecologi del Policlinico si sono presi a pugni mentre la paziente era sul lettino in attesa del parto cesareo? Se adesso non potrà più avere figli ed è qui a chiedere come sta il suo piccolo Antonio? «Voglio vederlo - dice - fatemelo almeno vedere».
Nel tempio dei baroni messinesi, nell’ospedale dell’Università dove metà dei 1.500 docenti ha almeno un omonimo tra padri, figli, mogli, nipoti, cugini, il potere si misura sulle cattedre. Una cittadella accademica ambita, ambitissima, la camera di compensazione dei poteri forti della città, la patente da esibire per fare carriera, il legame da intrecciare per salire nella scala sociale della città che un tempo era la «babba», la sciocca, risparmiata dalle guerre di mafia di Catania e Palermo, e che poi si è scoperta soltanto più capace di una crudele, apparente, rispettabilità. Pentola a pressione che non è mai esplosa, non ha visto il bianco e nero, le bombe e l’antimafia, il disgusto e la rivolta.
«Quando sono arrivato qui - racconta Giuseppe Pecoraro, alla guida del Policlinico da tre anni, prima da commissario straordinario e ora da direttore generale - mi sono trovato davanti a una fenomeno incontrollato di medici estranei ai reparti che chiedevano di svolgere attività di volontariato, un modo per curare i loro interessi professionali privati fregiandosi della griffe Policlinico e assicurando con facilità ai pazienti una serie di servizi ospedalieri, dai prelievi di sangue alle ecografie ai ricoveri. Una follia diventata prassi che evidentemente, nonostante i miei divieti, continua ad allignare».
Il riferimento, per niente casuale, è ad Antonio De Vivo, il rampante assegnista di ricerca che ha portato Laura Salpietro, sua paziente in regime privatistico, a partorire al Policlinico. «Questa cosa ha un nome - incalza Pecoraro - e si chiama esercizio abusivo della professione, un assegnista non può svolgere alcuna attività assistenziale autonoma. La responsabilità è di chi gliel’ha consentito, a partire dal primario del reparto». Domenico Granese, che adesso rischia la testa.
Oggi, al termine dell’incontro con il ministro della Salute Ferruccio Fazio e dell’assessore alla Sanità Massimo Russo, Pecoraro annuncia provvedimenti forti. Probabilmente il commissariamento del reparto, «che è uno dei punti deboli dell’ospedale». Eppure le donne di Messina vengono a partorire proprio qui, anche perché l’alternativa è il «Piemonte» delle vergogne che è in via di chiusura o il «Papardo», dove nella nuova Ginecologia tre mesi fa è caduto un pezzo di soffitto in un corridoio.
Già, si viene qui al Policlinico per stare tranquille, si viene in questo padiglione A che aspetta da due anni una ristrutturazione mai arrivata, per garantirsi la terapia intensiva neonatale, e spesso l’amorevole cura dello specialista privato al quale non si nega l’ingresso. Quando il medico di guardia, responsabile di quel che avviene in reparto, è amico del professionista, si chiude un occhio e sono sorrisi e ringraziamenti. Quando tra i due ci sono ruggini, l’ospedale può diventare un ring.
Il potere semina odi, rinfocola invidie, si coalizza in clan. Come qui a Ginecologia, rimasta orfana dieci anni fa di un professore ordinario per l’impossibilità di mettere d’accordo una cordata che aspirava a chiamare un professore in servizio in un altro Policlinico e gli avversari che premevano per bandire il concorso e piazzarci un solito noto. È finita che non se n’è fatto niente.
Secondo e terzo piano, aspetto dimesso ma dignitoso, un centro per la cura della sterilità di coppia guidato proprio dal professore Vincenzo Benedetto - uno dei due dottori diventati pugili - un avviato servizio di riferimento per le donne in menopausa.
I medici parlano, ma «niente nomi, per carità». In tutto venticinque camici bianchi, di cui sei professori associati (esentati dalle guardie, la più rognosa delle prestazioni) e tutti gli altri ricercatori. Rimasti al primo gradino della carriera accademica nonostante i capelli bianchi, «anche perché non valeva neanche la pena di presentare domanda per il concorso», pure loro in parte dispensati dai turni di guardia per varie ragioni personali. Quattro sono andati in pensione il primo agosto con la «rottamazione» voluta dal ministro Brunetta: a casa quelli con quarant’anni di servizio.
Un mini-esodo che ha gettato benzina sul fuoco di una situazione già tesissima, aggravata dalla compressione del reparto che due anni fa ha perso ambulatori, ambienti comuni, spazi di studio. «Ma ci vede? Tra ferie e pensionamenti siamo rimasti quattro gatti», borbotta un dottore. Trent’anni fa, nel momento di maggiore fulgore, i posti letto erano 99. Oggi sono 26. Una media di un medico per ogni paziente, ironizza qualche nemico. «Sì? Allora sappia che presto saranno di meno - taglia corto un altro -. Io appena posso scappo in pensione».
Un paio di mesetti fa...
LINKCita:
Messina, nessuno ferma la legge "ad rectorem" Il capo dell'ateneo resta un anno in più
È stata ratificata la modifica allo statuto voluta dal rettore Francesco Tomasello. Nonostante un'interrogazione parlamentare e le riserve del ministero dell'Istruzione
di Vito LaudadioIl Senato Accademico gliel’ha data e guai a chi gliela tocca: Francesco Tomasello, magnifico rettore dell’università di Messina, non rinuncia alla proroga di un anno del suo mandato. Nonostante tutto. Nonostante le polemiche, un’
interrogazione parlamentare e la denuncia del ilfattoquotidiano.it. Nonostante anche i dubbi messi nero su bianco dal Ministero dell’Istruzione. Tomasello è stato irremovibile e nell’ultima seduta utile del Senato Accademico prima delle vacanze, lo scorso 2 agosto, ha fatto ratificare la modifica dello statuto già approvata a maggio che lo farà rimanere un anno in più incollato alla sua sedia. Dodici mesi oltre il previsto, quasi una sorta di risarcimento per quelle due sospensioni di 60 giorni ciascuna disposte dalla magistratura per i procedimenti penali in cui il rettore è coinvolto. Inchieste su concorsi truccati per l’accesso alla carriera accademica: tutto nel corso degli ultimi 6 anni, tutto durante i suoi due mandati. In un Paese normale sarebbe bastato per dimettersi, in Italia diventa un credito da esigere per andare oltre il previsto. Per passare dalle leggi “ad personam” di Berusconi alla “legge ad rectorem” di Tomasello.
Che l’ermellino non avrebbe rinunciato alla proroga era chiaro già all’indomani del provvedimento: «È un percorso ormai cominciato e che non s’interromperà per nessun motivo al mondo», aveva detto. E così è stato, con la benedizione del Governo. Perché la nota del ministero, con cui si manifestavano riserve, è arrivata con colpevole ritardo: c’erano sessanta giorni per intervenire ma il postino ha bussato alla porta del rettorato un giorno dopo il termine. Stavolta, non c’è proroga che tenga: il ritardo è bastato per non tenere conto di quel parere negativo. Anche perché, pochi giorni dopo, a Messina è arrivato il sottosegretario Giuseppe Piazza a benedire Tomasello e la sua cricca. Una farsa. Come l’apertura che il rettore ha concesso ai suoi oppositori: un nuovo articolo dello statuto, il 57 bis, che prevede la possibilità di presentare ricorso contro la proroga entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ma serve la maggioranza assoluta dei membri di un Senato Accademico quasi totalmente assoggettato. Basti pensare che il rettore si è rifiutato di far leggere la missiva con le riserve avanzate dal ministero: un documento pubblico che diventa “riservato”. Quasi un fatto privato. E tutti hanno votato a “scatola chiusa”, tranne i tre irriducibili oppositori: i presidi di Medicina, di Scienze e di Giurisprudenza, le tre facoltà più numerose e rappresentative.
Precedenti di questo articoloCita:
A Messina la legge diventa “ad rectorem”. Per rimanere a capo dell’ateneo un anno in più
Nell'università siciliana culla del nepotismo lo Statuto è stato fatto modificare dal rettore Francesco Tomasello, già a processo per concorsi truccati
di Vito Laudadio
Un anno in più, ancora un anno. Per completare “la realizzazione del progetto di rimodulazione della governance”. Il linguaggio è quello nobile dell’accademico, l’obiettivo è più terra terra: rimanere attaccati più a lungo alla poltrona e al potere. Succede a Messina, dove il Magnifico Rettore dell’Università, il professor Francesco Tomasello, ha chiesto e ottenuto una proroga degli incarichi di dodici mesi per sé e per i Presidi delle facoltà, tutti quasi al termine del secondo e ultimo mandato. Serviva addirittura una modifica dello Statuto e il Senato Accademico non s’è fatto pregare: due soli i voti contrari, una manciata gli astenuti.
È come se Letizia Moratti facesse votare dall’assemblea comunale di Milano una legge che prolunga da cinque a sei anni il suo incarico e quello dei consiglieri. Da subito, non dalla prossima elezione. Una sorta di referendum: vuoi gestire il potere per un anno in più? sei interessato a intascare dodici mesi in più di indennità? È così che nel Paese delle leggi ad personam è arrivata una legge ad Rectorem. Un provvedimento palesemente illegittimo, secondo la parlamentare del Pd Doris Lo Moro che ha presentato un’interrogazione urgente al ministro dell’Università. La corsa è contro il tempo, prima che il dicastero della Gelmini si pronunci a favore della modifica allo Statuto dell’Ateneo peloritano.
Il “verminaio”. «Un percorso ormai cominciato e che non si interromperà per nessun motivo al mondo», ha dichiarato il Rettore all’indomani del provvedimento. «Quelli che contestano queste scelte sono “i soliti noti”, che vogliono il male dell’Ateneo», sono state le sue parole contro chi, nel corpo docenti, sta provando a opporsi in tutti i modi al suo strapotere. Un discorso a metà tra Cetto La Qualunque e Totò “vasa-vasa” Cuffaro, sospeso com’è tra la Calabria e la Sicilia. Come lo stesso Ateneo, finito negli anni nel mirino della criminalità organizzata al di là dello Stretto: per gli inquirenti, il boss della ‘Ndragheta Giuseppe Morabito “U tiradrittu” era una sorta di rettore-ombra. Erano anni in cui quel “verminaio”, come lo definì l’allora vicepresidente della Commissione Antimafia Nichi Vendola, era al centro di una serie di interessi che vedevano insieme, in un comitato d’affari, politici, colletti bianchi e uomini d’onore. Così, negli anni l’Università di Messina è diventata teatro di un vero e proprio “romanzo criminale”: un docente ucciso, un altro gambizzato, altri arrestati o indagati.
Un Rettore, due processi. Da Rettore, Tomasello è finito due volte sotto inchiesta. La prima, nel 2007, per aver fatto pressione su un presidente di commissione per un posto di professore associato nella sua Università. Secondo l’accusa, tutto era già stato deciso a tavolino: quel posto sarebbe dovuto andare al figlio del pro-Rettore Battesimo Macrì. Ma qualcosa va storto: «Il rettore mi ha convocato e mi ha detto che il concorso stava prendendo una direzione non auspicata in quanto non sarebbe stato dichiarato idoneo Francesco Macrì, figlio di Battesimo – ha dichiarato ai magistrati Orazio Catarsini, ex preside della Facoltà di Veterinaria -. Ciò era dovuto alle resistenze opposte da Cucinotta (presidente di commissione, ndr). Il rettore mi chiese in maniera accorata e pressante di intervenire sul Cucinotta per riferirgli che il concorso doveva andare nella direzione auspicata, in caso contrario sarebbe dovuto andare in bianco». L’inchiesta scatta nell’estate del 2007: il pro-rettore, Battesimo Macrì, viene arrestato; il Rettore Tomasello viene indagato e sospeso per due mesi dalle sue funzioni. Ora è sotto processo, insieme ad altre 22 persone con l’accusa di abuso di ufficio e tentata concussione.
Una nuova interdizione, sempre per due mesi, arriverà alla fine del 2008 per altri presunti concorsi truccati: il procedimento è ora pendente davanti al Gup. Perché una cosa è certa: quello di Messina, più che ogni altro in Italia, è l’Ateneo di amici e parenti. Ci sono i figli, i fratelli, le amanti che fanno carriera. E ci sono le mogli. Come Melitta Grasso, consorte del rettore Tomasello, neurochirurgo e dirigente universitaria del Policlinico incappata, anche lei come il Magnifico marito, nelle maglie della giustizia: a fine 2008 è stata coinvolta in un’inchiesta su un appalto per la sorveglianza del Policlinico che una società di vigilanza si era aggiudicata per quasi 2 milioni di euro. Un contratto che, dopo l’avvento di un commissario straordinario, oggi costa appena 300 mila euro. Tutto durante il rettorato di suo marito, che continua a ignorare le proteste e va avanti per la sua strada: «Capisco che la nostra azione abbia dato fastidio a qualcuno, perché stiamo smantellando centri di potere». Tutti, tranne il suo.
Un paio di annetti fa...
LINKCita:
Il futuro che mi merito
In onda giovedì 20 novembre 2008YouTubeQuanto vale il talento nel lavoro, nello studio, nella vita? Poco, a giudicare dall’ inchieste dell’ Università di Messina, dove il rettore è stato rinviato a giudizio insieme ad altre 22 persone dell’ateneo. O a quella di Cosenza, al centro di un’indagine giudiziaria per falsi progetti finanziati con i soldi europei.
Gli studenti dell’Onda in questi giorni hanno avanzato le loro proposte per uscire dalla logica di parentopoli che regna nelle Università, dove il familismo sembra il metodo più sicuro e più efficace per fare carriera o per vincere un concorso.
Il futuro che mi merito è il titolo della puntata di Annozero di giovedì 20 novembre alle 21.00 su Raidue.La puntata è stata dedicata al futuro dei giovani e alla difficoltà di superare la logica parentale, ascoltando le proposte degli studenti.
L’inchiesta ha al centro l’Università di Messina, mentre Sandro Ruotolo ha dato voce agli studenti di Cosenza. Ospiti in studio Luca Barbareschi del Pdl, l’architetto Massimiliano Fuksas e il professor Roberto Perotti, dell’Università Bocconi di Milano.