Con la nascita del nuovo movimento di Veltroni entra in uno stato di agitazione tutto il sistema politico. Non perché la firma dei 75 deputati annunci chissà quali sconvolgimenti nei rapporti di forza ma perché la rivolta contro la asserita mancanza di «bussola» nel Pd inaugura una lotta senza quartiere per la leadership. Il Pd ne esce molto indebolito perché mentre il campo avversario si disgrega con grande rapidità sorgono problemi di tenuta anche nel proprio inquieto mondo.
Un partito d’opposizione dilaniato da guerre intestine per la leadership può con grande fatica preparare un’alternativa: esso diventa poco credibile anche come costruttore di una politica nuova di alleanze.
Ed è forse proprio questo l’obiettivo immediato che il movimento di Veltroni si prefiggeva: impedire un paziente lavoro di recupero coalizionale della sinistra (l’ipotesi neo-frontista la definiscono i 75 con palese disprezzo) e di consolidamento delle convergenze con le opposizioni parlamentari più moderate (la soluzione neocentrista, o, in un altro passaggio, la riedizione regressiva del compromesso storico, così la archivia Veltroni). Niente di nuovo sotto il sole (un redivivo Pd che non guardi né a sinistra né al centro e coltivi il suo solitario sogno chiamato vocazione maggioritaria) tranne l’invito, questo sì inedito, a rompere con l’ex riformista (così viene descritto l’ex Pm del 2008 che corse con Veltroni) Di Pietro ora in preda a «regressioni intolleranti» e quindi non più meritevole di ombrelli protettivi.
Depurato dall’oltranzismo bipartitico di facciata, il manifesto esprime una cultura politica che non si discosta molto dal programma con il quale Rutelli operò la sua poco fortunata scissione consensuale.
È ancora in atto nel Pd una emorragia di destra, sempre la stessa diaspora che denuncia una «tardiva» deriva socialdemocratica e reagisce con la fuga. Le forze che sostengono ora Veltroni sono molto simili a quelle che avrebbero dovuto far lievitare la creatura di Rutelli. E ciò non solo perché si leggono in calce al testo le firme di rutelliani smarriti (Realacci, Ferrante, Gentiloni) ma anche perché l’impianto analitico dell’iniziativa è il medesimo: un impasto esplosivo di teocon (il ruolo centrale di Fioroni) e di iper-liberisti (Ichino, Morando, Rossi). Anche se il bipolarismo viene quasi santificato nel documento, non è affatto improbabile che, in caso di fratture non ricomponibili, sia proprio quella rutelliana l’area in cui il movimento finirà per approdare.
Al di là della solita e ormai stucchevole litania che dura da almeno trent’anni sui meriti e sui bisogni (di quel tempo antico il documento recupera anche il mito di una «democrazia decidente»),
i veltroniani si scagliano contro un Pd che inclina un po’ troppo verso sinistra, recupera istanze di rappresentanza sociale e si ostina a «difendere le conquiste del passato». Non la rappresentanza sociale ma il contenimento del debito pubblico (seguito dalla riconquista della produttività e della competitività) è per Veltroni la frontiera del riformismo.
In questa cornice d’impronta ultraliberista il documento celebra con enfasi la «comunità di destino» tra lavoro e capitale e schernisce ogni conflitto sociale. Anzi la sola forma di conflitto che Veltroni individua è in quella «frattura sociale» tra settore privato (mercato) e sistema pubblico (politica) che andrebbe ricomposta ovviamente esaltando il privato, il rischio, la concorrenza e umiliando le protezioni, i diritti, la spesa pubblica.Mettendo in guardia Bersani dall’«illudersi su una possibile rivincita dell’ideologia tipica della sinistra del secolo scorso», Veltroni colloca il suo movimento in un’area moderata in cui il liberismo viene attenuato da modiche esigenze di solidarismo e di riconoscimento delle «unicità». Tutto ciò viene non a caso chiamato «rilancio di un riformismo liberale e solidale», lo stesso che ha creato le illusioni di una sinistra europea terzo forzista travolta perché percepita dai ceti popolari come parte integrante della globalizzazione liberista che sconvolge legami, bisogni, tutele.
Tra amnesie e clamorosi abbagli storiografici (il testo parla con incredibile ignoranza storico-istituzionale della crisi in atto come del «fallimento politico della più consistente maggioranza parlamentare della storia della repubblica»), Veltroni va all’assalto di Bersani e lo fa con una sorta di interpretazione ad personam dello statuto del partito.
Quando le primarie lo incoronarono segretario, Veltroni rivendicò la leadership piena, affossò Prodi e abbracciò il sacro diritto a correre come premier (non fece certo le primarie di coalizioni con Di Pietro). Ora che le primarie hanno dato i galloni del comando a Bersani le norme statutarie del partito liquido non valgono e sono revocate.
Dal "Manifesto" di oggi
Fonte:
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PD-L, mai definizione fu più azzeccata, devo riconoscerlo a Grillo