Queste sì che sono citazioni d'autore
http://lastella.blogautore.repubblica.i ... si-mangia/Cita:
C’è la crisi, la cultura la gente non se la mangia.
Il teatro dell’opera non riguarda più il popolo, nei quartieri operai si pensa ad altro, si pensa a sopravvivere.
A distanza di una ventina di pagine l’una dall’altra, trovo su Repubblica di oggi queste due frasi, di senso convergente suppongo. La prima sarebbe stata pronunciata dal ministro Tremonti in consiglio dei ministri di fronte alle rimostranze del collega dei Beni culturali Bondi, insorto all’ennesimo annuncio di tagli a un settore già falcidiato e in crisi di ossigeno. La seconda esce dalla bocca di quel singolare sacerdote che è il genovese don Gallo a proposito del disastro del teatro Carlo Felice, istituzione moribonda più o meno nell’indifferenza o forse nell’impotenza di una città come Genova, un tempo parte orgogliosa di quello che fu il triangolo industriale del nord Italia.
Certo sono due frasi sintomatiche della situazione che stiamo vivendo. Fase certamente di crisi economica e quindi materiale. Ma credo che siano parole che si portano dietro qualcosa di più e di diverso. Qualcosa che scorre ormai a livello generalizzato nelle vene delle società occidentali, ma a maggior ragione in un paese come il nostro che ha subito negli ultimi decenni una cura da cavallo verso la promozione di una vita deculturata, priva dei fastidi e dei ritardi prodotti da un pensiero che rifletta su di sé e sulle cose.
Niente di male, in fondo. Ogni epoca ha i suoi modi di raccontarsi, di manifestarsi, di realizzarsi. In quella che stiamo vivendo, l’arte riproducibile tecnologicamente all’infinito, quindi a disposizione di tutti, nata nel secolo scorso, sembra avere esaurito la sua spinta propulsiva. La sua diffusione totale sembra averla resa totalmente priva di valore, inerte. L’arte, la cultura paiono oggi talmente evanescenti, indefinibili, immateriali, che tutto e niente possono essere all’altezza della definizione di arte e cultura. Non servono né a chi le produce né a chi ne fruisce. Musei, gallerie, sale da concerto, cinema, teatri non riescono più a dare senso a una società come poteva ancora accadere un secolo fa. Sono solo luoghi di fugace soddisfazione personale di una (più o meno larga) minoranza di persone, allo stesso modo in cui i centri commerciali o le discoteche risultano appetibili e soddisfacenti per una probabile maggioranza. Per il resto, gli ex templi della cultura e dell’arte non mi pare abbiano grande influenza sui nostri destini, ma nemmeno sulle parole che usiamo per parlare di quei destini.
Allora mi domando se vale ancora la pena di dannarsi per salvare quei luoghi e non sia meglio darsi da fare per capire oggi dove si formano i pensieri e le idee che costruiranno il senso di domani.