Dopo aver inizialmente garantito che i finanziamenti all'editoria sarebbero stati mantenuti, Tremonti ha stabilito di toglierli.
Diversi giornali, a causa di questo non riusciranno ad ottenere i prestiti dalle banche necessari a portar avanti l'attività, e rischiano il fallimento. A parte i grandi giornali ed il Fatto Quotidiano, vanno verso una sicura bancarotta.
Penso che anche qualora si vogliano abolire questi finanziamenti, ciò vada fatto in modo graduale, in modo che i giornali abbiano un minimo di tempo per ristrutturare i bilanci e cercare di adeguarsi.
Sarei favorevole ad una forma di finanziamento pubblico piú trasparente: s'istituisce un fondo per l'editoria, ed ogni cittadino sceglie se finanziare un giornale, suddividere il finanziamento tra piú giornali, oppure lasciare i soldi allo Stato.
In questo modo il giornale non sarebbe trattato come una merce qualunque, ma ciascuno avrebbe eguale potere di finanziarlo (mentre se uno ha pochi soldi il giornale non lo compra), ma allo stesso tempo non si dànno soldi a giornali che non interessano a nessuno.
Credo che il finanziamento debba essere destinato a quelle cooperative giornalistiche che utilizzano i ricavi solo per pagare gli stipendi e mandar avanti l'attività, senza distribuire dividendi.
Giornali chiusi per decretoFirma con giallo. Giorgio Napolitano ha promulgato ieri il «milleproroghe» che cancella i fondi all'editoria stanziati in finanziaria. Un taglio preventivo e mortale, con cui Tremonti dimezza gli stanziamenti per l'informazione ancora prima che entri in vigore la legge di stabilità (il 1 gennaio). Il decreto inizia oggi in senato il suo lungo iter di conversione.
Il testo sarà pubblicato solo oggi ma tra camere, governo e Quirinale è stata una giornata di tensione. Per tutto il giorno Napolitano è stato chiuso con i più stretti collaboratori. Sul tavolo del presidente le limature all'atteso discorso di fine anno e provvedimenti «controversi» come la legge Gelmini sulle università e appunto il milleproroghe.
Tremonti si rimangia gli impegni presi personalmente alla camera e cancella in un colpo solo 50 milioni di euro all'editoria e 45 milioni all'emittenza locale. Un taglio letale per due settori già in profonda crisi. E non senza conseguenze per gli equilibri interni alla maggioranza. Perfino il Pdl ha chiesto fino all'ultimo più fondi per le forze dell'ordine - che nei giorni scorsi hanno protestato davanti la villa del premier - cultura ed editoria. Segno che il malessere è assai più diffuso di quanto appaia nella caserma berlusconiana. Le tasse agli aquilani, per esempio, sono state prorogate solo di 6 mesi, come quelle delle zone alluvionate del Veneto. E non solo i «finiani» ma anche pezzi da novanta del Pdl come Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e i capigruppo Gasparri e Cicchitto hanno provato a spuntare le forbici del superministro. Lo stesso Berlusconi si è impegnato pubblicamente a trovare una «soluzione condivisa» per un'informazione gettata nel caos da un governo che con una mano mette, con l'altra toglie. Al suo fianco aveva Paolo Bonaiuti, sottosegretario per caso con delega all'editoria e anche suo portavoce. Quanto conti quella voce l'ha messo nero su bianco il superministro nel suo decreto di fine anno. Tremonti «gode del sostegno convinto del Pdl», specifica Gasparri, confermando indirettamente però che la questione per più d'uno sia in dubbio.
Tremonti non si ferma qui. Bisogna tagliare di più. Ieri via XX settembre ha diramato una circolare a tutti i ministeri imponendo ulteriori risparmi su tutte le spese «non differibili». Se era un no all'allargamento della maggioranza all'Udc è arrivato forte e chiaro.
I tagli dell'Economia mettono in grave difficoltà - vista la fine dell'anno - la chiusura dei bilanci dei giornali e l'accesso al credito bancario. E' una telenovela che va avanti da due anni e che per l'ostinazione del governo non finisce qui. Ieri mattina a Roma una lunga e affollata riunione del «comitato per la libertà e il diritto all'informazione e alla cultura» presso la sede della Fnsi ha messo in chiaro che la lotta contro le scelte suicide di questo governo si radicalizzerà ancora di più.
Giornalisti, sindacalisti, Mediacoop, associazioni come Articolo21, «Popolo viola», emittenza locale, i tanti comitati e gruppi da mesi in movimento a sostegno del cinema hanno accettato ciò che è evidente anche ai sassi: cultura, cinema, teatro, informazione, scuola, ricerca e università, se non fanno «rete» tra di loro rischiano di finire come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie.
Oggi alle 15 una conferenza stampa alla camera denuncerà con documenti e cifre tutta la gravità della situazione in settori così importanti per l'Italia e annuncerà le prime mobilitazioni pubbliche contro il governo. E' un cerchio che inizia a chiudersi, protagonisti distanti per storia e per formazione cominciano a riconoscersi «politicamente». La fase «difensiva» - fatta di emendamenti e faticosi compromessi sempre disattesi dal governo - mostra la corda. Di fronte a un esecutivo truffaldino e inaffidabile non resta che provare ad allargare il campo coinvolgendo di più l'opinione pubblica, spesso male informata da giornali «grandi» e «piccoli» più interessati a miseri calcoli di bottega che a temi scomodi e complessi come la concentrazione pubblicitaria, le strozzature della distribuzione, la crisi delle edicole, il precariato dilagante a ogni livello nella presunta «casta dei giornali».
Fonte: Il manifesto.«Conseguenze letali per le voci critiche»«Siamo ancora in attesa del testo definitivo ma l’intento è ormai chiaro. Il Governo con un colpo di mano ha deciso di infierire senza tentennamenti sul pluralismo e la democrazia». Roberto Natale, alla guida della Federazione della Stampa, non accenna a sminuire la drammaticità dei fatti. «I tagli? Sono tutti confermati. E le conseguenze - ammette - rischiano di essere immediatamente letali».
Il taglio di novantacinque milioni di euro all’editoria e all’emittenza locale è confermato, ed ora?
Sì, i tagli sono confermati. Siamo ancora in attesa del testo definitivo, ancora in queste ore si cerca di capire se ci sarà qualche ulteriore aggiustamento nei fondi che, dopo una lunga battaglia e con un largo coinvolgimento di un ampio schieramento parlamentare, eravamo riusciti a ripristinare nella legge di stabilità. Ed ora? Tremonti ha deciso un colpo di mano.
Le conseguenze annunciate rischiano di essere nefaste...
Le conseguenze? Dirò di più: rischiano di essere ”immediatamente” letali, perché alcune di queste testate non sono in condizione di reggere nemmeno ai 60 giorni di dibattito parlamentare che la legge consente. Il primo effetto di questa modifica contenuta nel Milleproroghe è che le banche non daranno più gli anticipi alle imprese che, proprio in forza della legge di stabilità, li avevano potuti negoziare.
C’è ancora qualche speranza?
In queste ore, sembra di capire, che la discussione si muova su spostamenti di fondi che potrebbero colpire il credito per la carta ma non sappiamo ancora se, alla fine, questa sarà la conclusione. Noi come sindacato della stampa diciamo che non c’è motivo di tagliare un solo euro all’editoria e il fatto che Tremonti abbia voluto mettere in contrapposizione l’editoria con l’attività del tutto rilevante delle associazioni che ricevono il finanziamento del 5 per mille è una contrapposizione ignobile, è una delle cose più sporche che questo Ministro abbia potuto fare. Noi siamo sempre stati chiari: ci siamo da sempre battuti affinché non un euro venga tolto all’intervento pubblico a favore del non profit. Certo che se un intervento è inevitabile crediamo che si debba procedere in maniera non indiscriminata. Non si possono colpire grandi e piccoli allo stesso modo.
Eppure, le risorse per il 5permille si potrebbero trovare anche altrove...
Le risorse per il 5permille ci sono e come. Basta pensare alle frequenze televisive, agli introiti della pubblicità. Servirebbero solo le briciole di quello che si muove nella grande emittenza per consentire un finanziamento degno e senza colpire nessuno. Questa? E’ la riprova che il Governo si muove ”strutturalmente” ed in subalternità a certi interessi. Anche in questo, purtroppo, è il Governo del conflitto di interessi. Con una lucidità drammaticamente coerente colpisce tutte quelle offerte che vogliono rendere variegato il panorama della cultura e del sapere in Italia. Purtroppo, in questo disegno c’è una coerenza durissima nel modo in cui si cerca di indebolire o spegnere le voci non allineate. Un colpo di mano indegno per il pluralismo e la democrazia.
Castalda Musacchio
Fonte: LiberazioneTagli alla stampa? «Un vero affronto al pluralismo»«Questo decreto? E’ un affronto per il pluralismo e la democrazia». Con qualche cautela e più di una riserva, fino a che il giallo non verrà del tutto risolto, su un punto concordano tutti i direttori di testate importanti più o meno coinvolte nell’”affaire” Milleproroghe: «Quella di Tremonti? Una mossa schizofrenica e da evitare». Il dibattito sull’ultima mossa del Ministro che infiamma le aule si è spostato sulla carta stampata; al centro, in questi ultimi giorni, proprio delle polemiche sollevate dal decreto, di cui si conoscerà solo oggi finalmente il testo ma sul quale quasi tutti i direttori ascoltati sono inequivocabilmente uniti dalla speranza che i fondi dispersi, alla fine, vengano di nuovo elargiti, e per un settore industriale, quello della carta stampata, che più di tutti è stato colpito dall’ultima crisi economica.
«Intanto - spiega, per esempio, Giovanni Maria Bellu (”
L’Unità”) - vorrei sottolineare lo squallore morale dell’operazione appena compiuta, perché il taglio arriva alla fine di una campagna sostenuta da una lettera di Tremonti pubblicata da ”Il Fatto” che tentava di accreditare l’idea che i soldi del 5permille erano stati dati ai contributi all’editoria in quella quantità. E, d’altra parte, questo taglio arriva mentre vengono ripristinati proprio i contributi del 5permille a conferma del fatto che si è, comunque, cercato di creare questo link. Sul piano morale si tratta davvero di un’operazione davvero squallida. Si è contrapposta una causa sacrosanta ad un’altra altrettanto sacrosanta. Il settore editoriale è uno di quelli colpiti dalla crisi generale e con un elemento ulteriore di crisi specifico determinato dal fatto che questa avviene in una fase di rivoluzione industriale. C’è, inoltre, un ulteriore elemento rappresentato dall’anomalia tutta italiana dove, in una situazione di insostenibile conflitto di interessi da parte del premier, siamo, inoltre, insieme al Portogallo l’unico paese europeo dove c’è una distribuzione della pubblicità tutta a favore delle televisioni. Siamo, dunque, in presenza di tre contemporanei elementi di crisi. Ed il governo che fa? Non tratta il comparto dell’editoria come un comparto in crisi ma continua a mantenere nei confronti di questo fondamentale settore industriale un atteggiamento ostile. Non solo non lo sostiene ma con un comportamento nocivo e dannoso tenta di soffocarlo del tutto. Un’operazione incredibile».
«Si può ben immaginare - riflette anche il direttore di ”
Carta” Enzo Mangini - cosa significa per una qualsiasi azienda, a prescindere da quella editoriale, essere impossibilitata a programmare il proprio futuro di bilancio. Sfido qualsiasi manager a farlo. Se invece di giornali facessimo scarpe ci troveremmo nella stessa situazione: saremmo impossibilitati a programmare una politica industriale e di chiusura di bilanci. Ci troviamo in una situazione talmente grottesca che è difficile anche commentarla. Questo è chiaramente un Governo schizofrenico». Flavia Perina (
Il Secolo d’Italia) aggiunge: «Il vero problema, a mio parere, non è quello su quale capitolo vengono presi questi soldi. Ovviamente la tutela dei giornali d’idee, a mio giudizio, va comunque salvaguardata perché è salvaguardia del pluralismo, ma ritengo sia necessario riflettere sull’assenza di una riforma di tutto il comparto dell’editoria che a gran voce noi stessi abbiamo richiesto. Ed anche questo decreto resta un giallo. Non ne conosciamo il contenuto. Il Governo aveva preso impegni precisi nel settore dove esistono distorsioni importanti. Spero che, alla fine, siano almeno tutelati i contributi diretti, fermo restando il fatto che una riforma complessiva del settore non può più essere demandata».
Gianni Riotta (”
Il Sole24Ore”) concorda: «Penso che in questo tempo di crisi economica sia giusto tagliare. Anche noi abbiamo sofferto moltissimo per la scure che si è abbattuta sulle tariffe postali. Ma credo che sia del tutto sbagliato disporre tagli sui giornali, non tanto o non solo perché i giornali sono privilegi da tutelare, quanto perché hanno a che fare con un problema superiore: si va a toccare la libertà di stampa che non può essere toccata. Il dibattito è del tutto indispensabile per una democrazia moderna. Noi del ”Sole”? Con le nostre posizioni da sempre indipendenti ed autonome - conclude - saremo come sempre in prima linea per la difesa di diritti irrinunciabili».
Fonte: Liberazione