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 Oggetto del messaggio: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 3:49 pm 
Schiavo
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La credibilità di una persona spesso è identificativa dei suoi titoli di studio,
laurea a pieni voti, master, specilizzazione e poi ...

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... d=AaCnfsLE

Cita:
Quelle di Bernard Madoff e di Alberto Micalizzi sono state due storie straordinariamente parallele. Avevano creato un meccanismo di fondo master alimentato da sotto-fondi feeder finanziati da alcune delle più prestigiose banche del mondo.

Si vantavano di aver superato illesi l'estate nera del 2008. Entrambi sono franati nel dicembre 2008, e si è scoperto che, nel più classico Schema Ponzi, avevano pagato i primi investitori con i soldi dei secondi.
Nella primavera del 2009 le loro strade si erano però divise: Madoff ha preso la via della galera, dove è andato a scontare 148 anni, e Micalizzi quella della Bocconi, dove ha rioccupato a tempo pieno il posto di ricercatore che aveva. Ma ieri, ufficiali del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano hanno perquisito abitazione e uffici del ricercatore milanese su decreto del procuratore aggiunto Alfredo Robledo e del pm Tiziana Siciliano. E si è scoperto che Micalizzi è indagato per associazione a delinquere al fine di commettere truffe aggravate. Che le strade tornino a convergere? Si vedrà. Certo è che la Bocconi ieri gli ha chiesto di sospendersi in attesa di chiarimenti. E che lui ha acconsentito.

Alberto Micalizzi insegna finanza. Dovrebbe quindi sapere che quella dei fondi da lui creati e finiti nel 2009 con un buco da circa mezzo miliardo di dollari, è una storia veramente esemplare. Da insegnare a tutti i suoi allievi. Invece, né lui né nessun altro l'ha mai ricostruita in modo completo. Per questo Il Sole 24 Ore ha deciso di farlo.
L'avventura dei fondi Dynamic Decisions, era nata nel 2005 sotto i migliori auspici. Anche perché quello del loro fondatore e amministratore era un pedigrée difficile da eguagliare. Laurea con lode alla Bocconi, PhD in finanza presso l'Imperial College dell'Università di Londra, declamato autore di un modello di gestione, Growth Premium Analysis, già sperimentato da altri fondi di cui era stato advisor e docente di Finanza alla Bocconi. Invece, l'avventura è finita male. Anzi malissimo.
Con la liquidazione dei fondi da parte del tribunale delle isole Grand Cayman nella primavera del 2009. E gli investitori, stranieri e italiani, con un pugno di mosche.

Ma nessuno finora aveva capito come e perché. Né tantomeno si era immaginato quello che adesso ipotizza la Procura di Milano, e cioè che dietro al collasso di quei fondi potesse nascondersi una truffa, che non ha nulla a che vedere con la sua attività di docente alla Bocconi.
Ma cominciamo... dalla fine. E cioè rispondendo alla domanda che dall'annuncio del crack di quei fondi si sono posti tutti: dove sono finiti i 550 milioni di dollari che fino al febbraio 2009 Dynamic Decisions dichiarava nel portafoglio gestionale? Avremmo voluto chiedere questo e molto altro allo stesso Micalizzi, ma forse perché distratto dalle perquisizioni dei finanzieri, ieri non ha mai risposto al cellulare.

Quello che ha però sempre ripetuto è che il mezzo miliardo di dollari c'è ancora. Ed è interamente parcheggiato in obbligazioni di un unico emittente da lui comprate.

Ma sulla base di una sua inchiesta Il Sole 24 Ore ha motivo di ritenere che quei bond siano pura carta straccia.
In realtà non occorre essere Sherlock Holmes per giungere a questa conclusione. Basta ricostruire l'impianto dell'emissione, informarsi sui suoi vari protagonisti e non avere un qualche interesse a evitare che si stabilisca una volta per tutte che i bond sono un bidone.
Pur dichiarandosi consapevole che le obbligazioni «non valgono nulla», un investitore ha candidamente ammesso la speranza che quei bond vengano in qualche modo rifilati a qualcun altro. In modo da poter rientrare di almeno parte dei capitali. Per questo gli investitori preferiscono che non si dichiari ufficialmente che sono privi di valore.

Le banche creditrici hanno invece l'interesse principale di proteggere la propria reputazione. E se venisse formalmente ratificato il fatto che hanno fornito leva finanziaria per almeno 175 milioni di dollari a un signore che poi ha comprato carta straccia, la loro reputazione ne risentirebbe non poco. Quindi preferiscono ingoiare il rospo della perdita.
E i liquidatori? Che interesse possono avere a prolungare l'agonia del fondo non dichiarando apertamente quello che pensano sui bond? Il motivo primario è che si sono fatti avanti svariati potenziali acquirenti (nella seconda puntata vedremo anche a questo), e quindi non se la sentono di rinunciare a vendere l'unico bene con il quale potrebbero risarcire, almeno parzialmente, gli investitori. E poi, seppur del tutto insufficienti per far fronte alle richieste di rimborso, i contanti rimasti nei conti bancari di Dynamic Decisions sono finora bastati a pagare le loro parcelle.

E certamente non ha interesse che i bond siano dichiarati carta straccia Alberto Micalizzi, al quale nessuno ha ancora chiesto il conto. Neppure il Serious Fraud Office inglese, che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda e l'ha frettolosamente chiusa senza neppure contattare investitori o liquidatori.
Veniamo ai bond. Basta contattare Cusip Global Service (Cgs) a New York per scoprire che il Cusip number, o contrassegno numerico, dell'obbligazione Asseterra non è più attivo. «È stato ritirato nel settembre 2008», ci dice Gerard Faulkner, direttore operativo di Cgs. Che aggiunge: «Un bond con un Cusip ritirato probabilmente non vale più niente».

Andiamo avanti: il cosiddetto issuer, ovvero l'emittente, si chiama Asseterra ed è una scatola vuota del Nevada con sede in un'abitazione privata nel deserto dell'Arizona. A costituirla, dirigerla e amministrarla è stato un tale David Spargo, cittadino americano sulla cui testa pende un mandato d'arresto federale legato ad altri bond farlocchi (un avvocato dei suoi creditori li ha definiti «la prima generazione dei bond Asseterra»).

L'obbligazionista, e cioè la società venditrice dei bond, si chiama Pacific Global Oil (Pgo) ed è di Canberra, in Australia. Pur avendo appena qualche mese di vita, solo un capitale sociale di mille dollari e nessuna attività che abbia lasciato traccia, ha chiesto a Spargo di emettere obbligazioni per 10 miliardi di dollari. Se quella cifra strabiliante non bastasse a far scattare il campanello di allarme, ce ne è un'altra ancora più improbabile. La si può trovare in rete.

A mettercela è stato lo stesso comproprietario di Pgo, un russo di nome Vladimir Kobzar che sostiene di essere «gestore di 27mila miliardi di dollari in oro russo custodito a Fort Knox». Basta poi un'ulteriore ricerca per appurare che da due decenni Kobzar è citato sui giornali o nei rapporti di polizia per frodi di ogni genere in ogni paese del mondo, dalla Russia alla Bolivia.
La puzza di bruciato a questo punto è già fortissima, ma a renderla insopportabile sono i beni a garanzia dell'emissione obbligazionaria. Ad attestarne l'esistenza è un atto di cessione a Pgo di contratti future di fornitura di carburante diesel per un valore totale di 10 miliardi di dollari da parte della TechnoKom Oil, una compagnia petrolifera di cui non si riesce a trovar traccia, con sede in una sub-repubblica russa quasi altrettanto irrintracciabile, il Bashkortostan. A cedere quei contratti future alla Pgo è l'International Charitable Christian Fund, o Fondo Internazionale per la Carità Cristiana, un'organizzazione che si presenta con questo motto: «Siamo responsabili di tutto quello che succede al mondo».

Nel caso nome e motto non bastassero ancora a rendere l'operazione del tutto inverosimile, forse aiuta il nome del suo presidente e fondatore: Vladimir Kobzar, il truffatore russo comproprietario di Pgo. E così il cerchio si chiude.
Il Sole 24 Ore ha scoperto che nel luglio 2008, quasi quattro mesi prima che Micalizzi li comprasse, quei bond erano già stati offerti in Europa e in Italia. A provare a piazzarli era stato tale Daniele Palla, un romano allora trentacinquenne che si presentava come presidente del World Source Group, entità fondata da un pakistano e da lui «completamente riorganizzata in una struttura centralizzata con quartier generale a Milano». Il problema è che nella banca dati delle Camere di commercio italiane non risulta essere mai stata registrata alcuna società con quel nome. E all'indirizzo fornito da Palla non si è trova traccia di lui o della sua società. «Palla non fornì mai la documentazione richiesta per valutare quei bond.

Disse che la sua banca li aveva già accettati e quindi non dovevamo scocciarlo con tutte quelle domande. Mi risultò immediatamente chiaro che era un bidone e consigliai il mio cliente di starne lontano», rivela al Sole 24 Ore un avvocato milanese che chiede l'anonimato, proprio e del cliente, ma ha mostrato prove documentali dell'offerta di Palla.

A questo punto facciamo un passo indietro. «Abbiamo cominciato adottando la strategia presentata a tutti i potenziali investitori, e cioé scegliendo alcuni tra i 300 più grandi titoli azionari appartenenti agli indici S&P500 ed Eurostoxx 600 e prendendo posizione in coppie di titoli, di cui uno era long e l'altro short», ci dice una persona che lavorava con Micalizzi. «Fino alla fine del 2006 abbiamo adottato quella strategia.
Poi abbiamo cominciato a passare alle opzioni quotate. I rendimenti erano migliori e pensavamo che l'uso dei derivati ci qualificasse come più di frontiera.

Poi sono arrivate anche le opzioni fuori Borsa, le cosiddette Over the counter, la cui valutazione era fornita dallo stesso Micalizzi. Fino a quando non si arriva ad abbandonare i titoli e fare solo opzioni Over the counter utilizzando una forte leva finanziaria, cioé con soldi prestati da banche come Bear Stearns, JP Morgan, Nomura e Natixis. A quel punto ho deciso di uscire».
Al Sole 24 Ore risulta che la svolta arriva a fine estate 2008. E in particolare a metà settembre, con il crack di Lehman Brothers, quando i mercati entrano nel panico. E crollano i valori delle opzioni Over the counter nel portafoglio dei fondi Dynamic Decisions. Micalizzi ammetterà poi ai liquidatori «di aver perduto circa 250 milioni di dollari in opzioni tra agosto e novembre 2008».

Anche dopo settembre, agli investitori continuano comunque ad arrivare solo notizie rassicuranti. In completa controtendenza rispetto al mercato, i risultati di ottobre, i cosiddetti Nav, registrano una crescita mensile tra lo 0,6 e lo 0,7%. La prestazione per l'anno supera il 6%.
Il 3 dicembre 2008 arriva agli investitori un'email con «le stime» delle performance dei fondi fino al 28 novembre. A seconda della valuta (c'erano fondi in dollari e in euro) il rendimento annuale viene dato tra il 6,9 e il 13,57%. Con tanto di spiegazione: «L'alta volatilità del mercato sta avendo un ruolo positivo sulla nostra strategia e in generale stiamo registrando un tasso di successo più alto della media».

Il 12 dicembre scoppia il bubbone Madoff. Con il ricordo ancora fresco della bancarotta di Lehman, gli investitori di tutto il mondo entrano in agitazione. E il rivolo di richieste di riscatto degli investimenti in Dynamic Decisions, iniziato con il crollo della banca d'affari newyorkese, diventa un fiume in piena.
In un'email del 28 dicembre ad amministratori e funzionari dei fondi, Micalizzi scrive: «Abbiamo alcune difficoltà nell'immediato... Banca Marche ha cancellato la sottoscrizione... le banche finanziatrici Nomura e Natixis stanno chiedendo di uscire... Nomura ci ha già mandato l'avviso di chiusura del rapporto, che entrerà in vigore l'1 gennaio... Natixis, che in questo momento sta fornendo una leva di 110 milioni, per contratto, potrà uscire entro 35 giorni... il fondo Rmf ha chiesto il riscatto dei suoi 60 milioni di dollari».

Ma agli investitori continua a dire che tutto va per il meglio. Seppur con grande ritardo, da lui attribuito a «scrupolosi controlli», invia i Nav di dicembre, che lo confermano: i beni del fondo continuano ad aumentare di valore. Stessa cosa viene annunciata con i Nav al 13 febbraio.
La prima comunicazione ufficiale sui bond è del 20 febbraio 2009, quando il professore annuncia che, «allo scopo di proteggere i sottoscrittori, a metà dicembre abbiamo investito liquidità in eccesso in strumenti a reddito fisso con beni solidi come sottostante». Non scende in dettagli. Né dice di aver pagato in tutto 6,25 milioni di dollari per bond ai quali i Nav attribuiscono un valore di libro di 500 milioni.

Il 13 marzo 2009, in una conference call con i sottoscrittori, uno dei consiglieri esterni del fondo comunica che l'attivo è pari a 20 o 30 milioni di dollari a fronte di un'asserita consistenza di 550 milioni di dollari.
Gli investitori rimangono basiti. Micalizzi continua però a tranquillizzarli: ci sono i bond, li venderò e vi farò riavere i soldi - questione di poco. Un messaggio che da allora ha continuato a ripetere fino a quest'anno. È sempre questione di settimane, giorni, addirittura di ore. In effetti ai liquidatori arrivano potenziale offerte di acquisto dalla Turchia, dal Belgio, dal Canada. Tutte sponsorizzate da Micalizzi.
A chi gli dice che gli investitori fremono, risponde con questa email: «Iniziando azioni legali non riavranno i soldi indietro. Possono solo stimolare l'Fso (l'autorità di vigilanza inglese, ndr) a guardare nell'operazione che stiamo facendo, e a quel punto tutti possono mettere una pietra sopra le speranze di riavere i soldi indietro...

Evidentemente non hanno capito che devono calmarsi e agire in modo tattico. Sto e stiamo lavorando nell'interesse di tutti. L'operazione è possibile. Se mi danno il tempo porto a termine questa cosa. Se decidono di non darmelo mi fermerò. Ho detto questo anche a Dickson (il liquidatore NdR). Non è scritto da nessuna parte che io debba procedere con questa operazione. Sto facendolo su basi volontarie».
Ma le offerte si rivelano invariabilmente una più farlocca dell'altra. In un caso, quello dell'impresa turca Reta Finance A.S., Il Sole 24 Ore ha notato che il responsabile, tal Ogun Arci, risulta residente all'indirizzo di Daniele Palla, e cioé della stessa persona che per anni ha tentato di piazzare i bond-spazzatura.

Ovviamente nessuna di queste offerte di acquisto è mai andata in porto. Nel frattempo il tempo passa e nessuno se ne ricorda quasi più della vicenda. Tanto che Micalizzi prepara il suo ritorno sul mercato. Al Sole 24 Ore risulta che qualche tempo fa abbia iniziato un'attività informale di consulente di un fondo creato a Londra da Giorgio Salvati, uomo d'affari italiano con esperienze a Dubai.
Adesso però il pm Robledo e il Tributario di Milano potrebbero avergli messo il bastone tra le ruote.

cgatti@ilsole24ore.us

Insomma, gli studi e le lauree ti danno la cultura, l'intelligenza o ce l'hai o non ce l'hai...
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 3:55 pm 
Schiavo
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 3:57 pm 
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La credibilità di una persona spesso è identificativa dei suoi titoli di studio,
laurea a pieni voti, master, specilizzazione e poi ...

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... d=AaCnfsLE

Cita:
Quelle di Bernard Madoff e di Alberto Micalizzi sono state due storie straordinariamente parallele. Avevano creato un meccanismo di fondo master alimentato da sotto-fondi feeder finanziati da alcune delle più prestigiose banche del mondo.

Si vantavano di aver superato illesi l'estate nera del 2008. Entrambi sono franati nel dicembre 2008, e si è scoperto che, nel più classico Schema Ponzi, avevano pagato i primi investitori con i soldi dei secondi.
Nella primavera del 2009 le loro strade si erano però divise: Madoff ha preso la via della galera, dove è andato a scontare 148 anni, e Micalizzi quella della Bocconi, dove ha rioccupato a tempo pieno il posto di ricercatore che aveva. Ma ieri, ufficiali del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano hanno perquisito abitazione e uffici del ricercatore milanese su decreto del procuratore aggiunto Alfredo Robledo e del pm Tiziana Siciliano. E si è scoperto che Micalizzi è indagato per associazione a delinquere al fine di commettere truffe aggravate. Che le strade tornino a convergere? Si vedrà. Certo è che la Bocconi ieri gli ha chiesto di sospendersi in attesa di chiarimenti. E che lui ha acconsentito.

Alberto Micalizzi insegna finanza. Dovrebbe quindi sapere che quella dei fondi da lui creati e finiti nel 2009 con un buco da circa mezzo miliardo di dollari, è una storia veramente esemplare. Da insegnare a tutti i suoi allievi. Invece, né lui né nessun altro l'ha mai ricostruita in modo completo. Per questo Il Sole 24 Ore ha deciso di farlo.
L'avventura dei fondi Dynamic Decisions, era nata nel 2005 sotto i migliori auspici. Anche perché quello del loro fondatore e amministratore era un pedigrée difficile da eguagliare. Laurea con lode alla Bocconi, PhD in finanza presso l'Imperial College dell'Università di Londra, declamato autore di un modello di gestione, Growth Premium Analysis, già sperimentato da altri fondi di cui era stato advisor e docente di Finanza alla Bocconi. Invece, l'avventura è finita male. Anzi malissimo.
Con la liquidazione dei fondi da parte del tribunale delle isole Grand Cayman nella primavera del 2009. E gli investitori, stranieri e italiani, con un pugno di mosche.

Ma nessuno finora aveva capito come e perché. Né tantomeno si era immaginato quello che adesso ipotizza la Procura di Milano, e cioè che dietro al collasso di quei fondi potesse nascondersi una truffa, che non ha nulla a che vedere con la sua attività di docente alla Bocconi.
Ma cominciamo... dalla fine. E cioè rispondendo alla domanda che dall'annuncio del crack di quei fondi si sono posti tutti: dove sono finiti i 550 milioni di dollari che fino al febbraio 2009 Dynamic Decisions dichiarava nel portafoglio gestionale? Avremmo voluto chiedere questo e molto altro allo stesso Micalizzi, ma forse perché distratto dalle perquisizioni dei finanzieri, ieri non ha mai risposto al cellulare.

Quello che ha però sempre ripetuto è che il mezzo miliardo di dollari c'è ancora. Ed è interamente parcheggiato in obbligazioni di un unico emittente da lui comprate.

Ma sulla base di una sua inchiesta Il Sole 24 Ore ha motivo di ritenere che quei bond siano pura carta straccia.
In realtà non occorre essere Sherlock Holmes per giungere a questa conclusione. Basta ricostruire l'impianto dell'emissione, informarsi sui suoi vari protagonisti e non avere un qualche interesse a evitare che si stabilisca una volta per tutte che i bond sono un bidone.
Pur dichiarandosi consapevole che le obbligazioni «non valgono nulla», un investitore ha candidamente ammesso la speranza che quei bond vengano in qualche modo rifilati a qualcun altro. In modo da poter rientrare di almeno parte dei capitali. Per questo gli investitori preferiscono che non si dichiari ufficialmente che sono privi di valore.

Le banche creditrici hanno invece l'interesse principale di proteggere la propria reputazione. E se venisse formalmente ratificato il fatto che hanno fornito leva finanziaria per almeno 175 milioni di dollari a un signore che poi ha comprato carta straccia, la loro reputazione ne risentirebbe non poco. Quindi preferiscono ingoiare il rospo della perdita.
E i liquidatori? Che interesse possono avere a prolungare l'agonia del fondo non dichiarando apertamente quello che pensano sui bond? Il motivo primario è che si sono fatti avanti svariati potenziali acquirenti (nella seconda puntata vedremo anche a questo), e quindi non se la sentono di rinunciare a vendere l'unico bene con il quale potrebbero risarcire, almeno parzialmente, gli investitori. E poi, seppur del tutto insufficienti per far fronte alle richieste di rimborso, i contanti rimasti nei conti bancari di Dynamic Decisions sono finora bastati a pagare le loro parcelle.

E certamente non ha interesse che i bond siano dichiarati carta straccia Alberto Micalizzi, al quale nessuno ha ancora chiesto il conto. Neppure il Serious Fraud Office inglese, che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda e l'ha frettolosamente chiusa senza neppure contattare investitori o liquidatori.
Veniamo ai bond. Basta contattare Cusip Global Service (Cgs) a New York per scoprire che il Cusip number, o contrassegno numerico, dell'obbligazione Asseterra non è più attivo. «È stato ritirato nel settembre 2008», ci dice Gerard Faulkner, direttore operativo di Cgs. Che aggiunge: «Un bond con un Cusip ritirato probabilmente non vale più niente».

Andiamo avanti: il cosiddetto issuer, ovvero l'emittente, si chiama Asseterra ed è una scatola vuota del Nevada con sede in un'abitazione privata nel deserto dell'Arizona. A costituirla, dirigerla e amministrarla è stato un tale David Spargo, cittadino americano sulla cui testa pende un mandato d'arresto federale legato ad altri bond farlocchi (un avvocato dei suoi creditori li ha definiti «la prima generazione dei bond Asseterra»).

L'obbligazionista, e cioè la società venditrice dei bond, si chiama Pacific Global Oil (Pgo) ed è di Canberra, in Australia. Pur avendo appena qualche mese di vita, solo un capitale sociale di mille dollari e nessuna attività che abbia lasciato traccia, ha chiesto a Spargo di emettere obbligazioni per 10 miliardi di dollari. Se quella cifra strabiliante non bastasse a far scattare il campanello di allarme, ce ne è un'altra ancora più improbabile. La si può trovare in rete.

A mettercela è stato lo stesso comproprietario di Pgo, un russo di nome Vladimir Kobzar che sostiene di essere «gestore di 27mila miliardi di dollari in oro russo custodito a Fort Knox». Basta poi un'ulteriore ricerca per appurare che da due decenni Kobzar è citato sui giornali o nei rapporti di polizia per frodi di ogni genere in ogni paese del mondo, dalla Russia alla Bolivia.
La puzza di bruciato a questo punto è già fortissima, ma a renderla insopportabile sono i beni a garanzia dell'emissione obbligazionaria. Ad attestarne l'esistenza è un atto di cessione a Pgo di contratti future di fornitura di carburante diesel per un valore totale di 10 miliardi di dollari da parte della TechnoKom Oil, una compagnia petrolifera di cui non si riesce a trovar traccia, con sede in una sub-repubblica russa quasi altrettanto irrintracciabile, il Bashkortostan. A cedere quei contratti future alla Pgo è l'International Charitable Christian Fund, o Fondo Internazionale per la Carità Cristiana, un'organizzazione che si presenta con questo motto: «Siamo responsabili di tutto quello che succede al mondo».

Nel caso nome e motto non bastassero ancora a rendere l'operazione del tutto inverosimile, forse aiuta il nome del suo presidente e fondatore: Vladimir Kobzar, il truffatore russo comproprietario di Pgo. E così il cerchio si chiude.
Il Sole 24 Ore ha scoperto che nel luglio 2008, quasi quattro mesi prima che Micalizzi li comprasse, quei bond erano già stati offerti in Europa e in Italia. A provare a piazzarli era stato tale Daniele Palla, un romano allora trentacinquenne che si presentava come presidente del World Source Group, entità fondata da un pakistano e da lui «completamente riorganizzata in una struttura centralizzata con quartier generale a Milano». Il problema è che nella banca dati delle Camere di commercio italiane non risulta essere mai stata registrata alcuna società con quel nome. E all'indirizzo fornito da Palla non si è trova traccia di lui o della sua società. «Palla non fornì mai la documentazione richiesta per valutare quei bond.

Disse che la sua banca li aveva già accettati e quindi non dovevamo scocciarlo con tutte quelle domande. Mi risultò immediatamente chiaro che era un bidone e consigliai il mio cliente di starne lontano», rivela al Sole 24 Ore un avvocato milanese che chiede l'anonimato, proprio e del cliente, ma ha mostrato prove documentali dell'offerta di Palla.

A questo punto facciamo un passo indietro. «Abbiamo cominciato adottando la strategia presentata a tutti i potenziali investitori, e cioé scegliendo alcuni tra i 300 più grandi titoli azionari appartenenti agli indici S&P500 ed Eurostoxx 600 e prendendo posizione in coppie di titoli, di cui uno era long e l'altro short», ci dice una persona che lavorava con Micalizzi. «Fino alla fine del 2006 abbiamo adottato quella strategia.
Poi abbiamo cominciato a passare alle opzioni quotate. I rendimenti erano migliori e pensavamo che l'uso dei derivati ci qualificasse come più di frontiera.

Poi sono arrivate anche le opzioni fuori Borsa, le cosiddette Over the counter, la cui valutazione era fornita dallo stesso Micalizzi. Fino a quando non si arriva ad abbandonare i titoli e fare solo opzioni Over the counter utilizzando una forte leva finanziaria, cioé con soldi prestati da banche come Bear Stearns, JP Morgan, Nomura e Natixis. A quel punto ho deciso di uscire».
Al Sole 24 Ore risulta che la svolta arriva a fine estate 2008. E in particolare a metà settembre, con il crack di Lehman Brothers, quando i mercati entrano nel panico. E crollano i valori delle opzioni Over the counter nel portafoglio dei fondi Dynamic Decisions. Micalizzi ammetterà poi ai liquidatori «di aver perduto circa 250 milioni di dollari in opzioni tra agosto e novembre 2008».

Anche dopo settembre, agli investitori continuano comunque ad arrivare solo notizie rassicuranti. In completa controtendenza rispetto al mercato, i risultati di ottobre, i cosiddetti Nav, registrano una crescita mensile tra lo 0,6 e lo 0,7%. La prestazione per l'anno supera il 6%.
Il 3 dicembre 2008 arriva agli investitori un'email con «le stime» delle performance dei fondi fino al 28 novembre. A seconda della valuta (c'erano fondi in dollari e in euro) il rendimento annuale viene dato tra il 6,9 e il 13,57%. Con tanto di spiegazione: «L'alta volatilità del mercato sta avendo un ruolo positivo sulla nostra strategia e in generale stiamo registrando un tasso di successo più alto della media».

Il 12 dicembre scoppia il bubbone Madoff. Con il ricordo ancora fresco della bancarotta di Lehman, gli investitori di tutto il mondo entrano in agitazione. E il rivolo di richieste di riscatto degli investimenti in Dynamic Decisions, iniziato con il crollo della banca d'affari newyorkese, diventa un fiume in piena.
In un'email del 28 dicembre ad amministratori e funzionari dei fondi, Micalizzi scrive: «Abbiamo alcune difficoltà nell'immediato... Banca Marche ha cancellato la sottoscrizione... le banche finanziatrici Nomura e Natixis stanno chiedendo di uscire... Nomura ci ha già mandato l'avviso di chiusura del rapporto, che entrerà in vigore l'1 gennaio... Natixis, che in questo momento sta fornendo una leva di 110 milioni, per contratto, potrà uscire entro 35 giorni... il fondo Rmf ha chiesto il riscatto dei suoi 60 milioni di dollari».

Ma agli investitori continua a dire che tutto va per il meglio. Seppur con grande ritardo, da lui attribuito a «scrupolosi controlli», invia i Nav di dicembre, che lo confermano: i beni del fondo continuano ad aumentare di valore. Stessa cosa viene annunciata con i Nav al 13 febbraio.
La prima comunicazione ufficiale sui bond è del 20 febbraio 2009, quando il professore annuncia che, «allo scopo di proteggere i sottoscrittori, a metà dicembre abbiamo investito liquidità in eccesso in strumenti a reddito fisso con beni solidi come sottostante». Non scende in dettagli. Né dice di aver pagato in tutto 6,25 milioni di dollari per bond ai quali i Nav attribuiscono un valore di libro di 500 milioni.

Il 13 marzo 2009, in una conference call con i sottoscrittori, uno dei consiglieri esterni del fondo comunica che l'attivo è pari a 20 o 30 milioni di dollari a fronte di un'asserita consistenza di 550 milioni di dollari.
Gli investitori rimangono basiti. Micalizzi continua però a tranquillizzarli: ci sono i bond, li venderò e vi farò riavere i soldi - questione di poco. Un messaggio che da allora ha continuato a ripetere fino a quest'anno. È sempre questione di settimane, giorni, addirittura di ore. In effetti ai liquidatori arrivano potenziale offerte di acquisto dalla Turchia, dal Belgio, dal Canada. Tutte sponsorizzate da Micalizzi.
A chi gli dice che gli investitori fremono, risponde con questa email: «Iniziando azioni legali non riavranno i soldi indietro. Possono solo stimolare l'Fso (l'autorità di vigilanza inglese, ndr) a guardare nell'operazione che stiamo facendo, e a quel punto tutti possono mettere una pietra sopra le speranze di riavere i soldi indietro...

Evidentemente non hanno capito che devono calmarsi e agire in modo tattico. Sto e stiamo lavorando nell'interesse di tutti. L'operazione è possibile. Se mi danno il tempo porto a termine questa cosa. Se decidono di non darmelo mi fermerò. Ho detto questo anche a Dickson (il liquidatore NdR). Non è scritto da nessuna parte che io debba procedere con questa operazione. Sto facendolo su basi volontarie».
Ma le offerte si rivelano invariabilmente una più farlocca dell'altra. In un caso, quello dell'impresa turca Reta Finance A.S., Il Sole 24 Ore ha notato che il responsabile, tal Ogun Arci, risulta residente all'indirizzo di Daniele Palla, e cioé della stessa persona che per anni ha tentato di piazzare i bond-spazzatura.

Ovviamente nessuna di queste offerte di acquisto è mai andata in porto. Nel frattempo il tempo passa e nessuno se ne ricorda quasi più della vicenda. Tanto che Micalizzi prepara il suo ritorno sul mercato. Al Sole 24 Ore risulta che qualche tempo fa abbia iniziato un'attività informale di consulente di un fondo creato a Londra da Giorgio Salvati, uomo d'affari italiano con esperienze a Dubai.
Adesso però il pm Robledo e il Tributario di Milano potrebbero avergli messo il bastone tra le ruote.

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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 4:08 pm 
Cylon
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riassuntino in 3 parole?
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 4:31 pm 
Schiavo
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Steinoff @ ha scritto:
riassuntino in 3 parole?

Niente, giovane genio della finanza(italiano) laurea con lode alla Bocconi, PhD in finanza presso l'Imperial College dell'Università di Londra, declamato autore di un modello di gestione, Growth Premium Analysis nel 2005 mette in piedi un fondo di gestione(550 milioni di raccolta...), tutto bene fino al 2008 poi si fa truffare da un turco/russo/italiano che gli rifila dei bond senza alcun valore.
Per stare in piedi paga gli interessi dei vecchi clienti con i la raccolta dei nuovi.
Il problema si è posto nel momento in cui i grandi finanziatori hanno deciso di uscire, li ovviamente non c'era la possibilità di pagarli e quindi è scoppiato il bubbone.
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Viene giustamente deriso chi, senza forza, fa vane minacce.
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 4:32 pm 
Schiavo
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Steinoff @ ha scritto:
riassuntino in 3 parole?


"piccola sintesi testuale"


















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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 4:38 pm 
Cylon
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MrSatan @ ha scritto:
Steinoff @ ha scritto:
riassuntino in 3 parole?


"piccola sintesi testuale"


















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bravo 7+
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 5:13 pm 
Schiavo
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 6:25 pm 
Schiavo
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MrSatan @ ha scritto:
Steinoff @ ha scritto:
riassuntino in 3 parole?


"piccola sintesi testuale"














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MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 8:50 pm 
Schiavo
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MrSatan @ ha scritto:
Steinoff @ ha scritto:
riassuntino in 3 parole?


"piccola sintesi testuale"


















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Sgobbone
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: mer nov 16, 2011 8:56 pm 
Schiavo
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http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche ... 14156.html

Universita: corso di laurea in felicita'
Da gennaio ad Arborea in Sardegna, 40 i docenti
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 Oggetto del messaggio: Re: Laurea, master possono bastare? No. (Truffa Bocconi)
MessaggioInviato: gio nov 17, 2011 8:24 am 
Schiavo
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L'obbligazionista, e cioè la società venditrice dei bond, si chiama Pacific Global Oil (Pgo) ed è di Canberra, in Australia. Pur avendo appena qualche mese di vita, solo un capitale sociale di mille dollari e nessuna attività che abbia lasciato traccia, ha chiesto a Spargo di emettere obbligazioni per 10 miliardi di dollari. Se quella cifra strabiliante non bastasse a far scattare il campanello di allarme, ce ne è un'altra ancora più improbabile. La si può trovare in rete.

:cereal:

Cita:
A mettercela è stato lo stesso comproprietario di Pgo, un russo di nome Vladimir Kobzar che sostiene di essere «gestore di 27mila miliardi di dollari in oro russo custodito a Fort Knox». Basta poi un'ulteriore ricerca per appurare che da due decenni Kobzar è citato sui giornali o nei rapporti di polizia per frodi di ogni genere in ogni paese del mondo, dalla Russia alla Bolivia.


Cita:
Ad attestarne l'esistenza è un atto di cessione a Pgo di contratti future di fornitura di carburante diesel per un valore totale di 10 miliardi di dollari da parte della TechnoKom Oil, una compagnia petrolifera di cui non si riesce a trovar traccia, con sede in una sub-repubblica russa quasi altrettanto irrintracciabile, il Bashkortostan. A cedere quei contratti future alla Pgo è l'International Charitable Christian Fund, o Fondo Internazionale per la Carità Cristiana, un'organizzazione che si presenta con questo motto: «Siamo responsabili di tutto quello che succede al mondo».

:cereal: :cereal: :cereal: :cereal: :cereal: :cereal: :cereal:
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Una donna più di 2000 anni fa è riuscita a far credere al marito di essere rimasta incinta per opera dello spirito santo....dopo un incontro con l'arcangelo gabriele...
che casualmente e' bello biondo con gli occhi azzurri e "...con la sua grande spada di fuoco"
E ancora oggi piu di 2 Miliardi di persone Ci credono.......
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MessaggioInviato: gio nov 17, 2011 9:01 am 
Schiavo
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Ho trovato una foto della sede di Asseterra. Vedete i tavolini all'ingresso? E' lì che Micalizzi ha capito di avere fatto un grande affare. :trollface:

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" Oltre che per le palle bisogna prenderlo per il caz… Domani se è aperto vado in un sexy shop e prendo un po’ di cose per me e te: più troie siamo più bene ci vorrà….Tro…Tro…tanto ormai abbiamo la confidenza per fare qualsiasi cosa…" - Nicole Minetti
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