Qui c'è una preview in italiano (una recensione riassuntiva).
“BEING NO ONE”
(Essere nessuno)
“I AM WHAT I THINK”. Più o meno dovrebbe “suonare” così, in inglese, l’espressione “Io sono ciò che penso”.
Immaginate la mia sorpresa quando, girando per i siti web, mi sono trovato di fronte alla frase “YOU ARE NOT WHAT YOU FEEL ARE” ovvero “tu non sei ciò che senti di essere”, ho sentito qualche assonanza con la mia espressione, ancor di più quando ho letto “tu non sei nessuno”.
Si trattava, e si tratta, di una recensione del libro di Thomas Metzinger che ho cercato di tradurre qui di seguito e di cui inserisco la versione originale della recensione.
La conclusione è la stessa: tu senti di essere qualcuno ma, se cerchi di capire chi sei, arrivi alla conclusione che non sei nessuno.
TU NON SEI CIO’ CHE SENTI DI ESSERE
(Thomas Metzinger, Essere nessuno: la teoria dell’auto-modello della soggettività)
Dorothée Legrand
CEPERC – Département de Philosophie
Université de Provence, Aix-en-Provence Cedex, France
E-mail:
legrand@aixup.univ-aix.fr Tu non sei nessuno! Ovviamente, questa asserzione contraddice ogni nostra esperienza.
Alla fine del libro di Metzinger, tu ancora sentirai di essere qualcuno, ma capirai che non sei nessuno. Nel senso che sarai più vicino a te stesso di prima.
Ma Metzinger, non solo cambia la psicologia popolare. La sua teoria dell’auto-modello della soggettività (SMT) rende esplicite anche le questioni delle posizioni tradizionali dei filosofi della mente sull’auto-coscienza e sulla soggettività. Ma l’impresa sorprendente è che il discorso, pur sviluppando in dettaglio questa posizione originale e controintuitiva, non è mai polemico. Piuttosto, la teoria di Metzinger risponde a questioni non risolte dalle più comuni e intuitive posizioni teoriche.
Essa viene anche integrata descrivendo le loro radici, facendole derivare dalle strutture della coscienza come spiegato per mezzo della sua teoria.
La forza della posizione di Metzinger è di rendere chiaro e funzionale l’ovvia distinzione tra il contenuto fenomenico e quello giustificato epistemicamente.
Egli, effettivamente, denuncia la “fallacia fenomenica” che è piena di molte vedute tradizionali che traggono conclusioni dal contenuto dell’esperienza fenomenica dell’auto osservazione, alle proprietà esatte di ciò che essa è. Contrariamente a queste vedute, Metzinger rispetta sempre pienamente la specificità dell’esperienza fenomenica e riesce a spiegare perché tu fai l’esperienza di essere qualcuno mentre non sei nessuno.
Con questa posizione, Metzinger ritorna sulla “trasparenza epistemica” cartesiana, secondo la quale, uno non può sbagliarsi circa i contenuti della propria coscienza. Piuttosto, noi siamo assorti in un permanente “natural-realistica autoincomprensione” – noi a torto crediamo di essere qualcuno.
Quando dichiara che il sè non esiste, Metzinger vuol dire che l’esperienza che facciamo di noi stessi non è un’entità individuale processo-indipendente, continua ed invariante. Ma la posizione di Metzinger non è in alcun modi ristretta a questa presa di posizione negativa. Piuttosto il contrario, la sua posizione intende essere costruttiva, in quanto esso spiega quale nostra esperienza di realtà corrisponde a: ciò che noi chiamiamo sé non è niente di più che il contenuto di un processo auto rappresentazionale.
Comunque, questa natura rappresentazionale del sé è nascosta a noi stessi, come una incapacità strutturalmente ancorata all’autocoscienza: essa è a noi “trasparente”.
Questo principio di trasparenza fenomenica è la caratteristica più decisiva dell’esperienza fenomenica e significa che il primo stadio del processo non è attivabile per introspezione. Esso implica che l’auto-rappresentazione non può essere riconosciuta come tale per mezzo di un sistema che si attiva all’interno di sé.
Esso è simile ad una finestra che noi non vediamo ma attraverso la quale noi guardiamo o, più precisamente, è come quando guardiamo ad uno specchio: noi non vediamo lo specchio, ma proprio noi.
Questo è il cuore della teoria di Metzinger: ciò che noi chiamiamo “il sé” è solo un “auto modello fenomenico”(PSM) (cioè un modello che noi ci costruiamo interagendo con la realtà [n.d.r.]), il contenuto del quale, corrisponde a tutte quelle proprietà del tuo sé al quale tu puoi direttamente prestare attenzione. Inoltre, per mezzo di un secondo concetto, il “Modello fenomenico di relazione intenzionale” (PMIR), Metzinger introduce l’idea che questo sé fenomenico è sempre incastrato in un mondo fenomenico, l’essere soggetto orientato verso oggetti.
Metzinger sviluppa in modo dettagliato la sua visione e ci viene incontro con una reale ricetta per l’esperienza fenomenica. Egli ci elenca 11 vincoli, ognuno a più livelli di investigazione: fenomenologico, rappresentazionale, informazional-computazionale, funzionale e fisico-neurobiologico. La sua investigazione è interdisciplinare dai molti punti di partenza Il suo primo scopo non è quello di rendere massima la precisione concettuale all’interno di ogni singola disciplina, come la filosofia solitamente fa, ma piuttosto fare un lavoro interdisciplinare, che diventa possibile sviluppando strumenti operazionali adeguati.
E’ in questa intelaiatura che Metzinger definisce la coscienza minima come corrispondente alla “presenza di un mondo”. Questa esperienza di un mondo, corrisponde alla rappresentazione trasparente di esso, il quale contenuto è globalmente disponibile attraverso l’attenzione, azione e/o cognizione.
E’ solo nell’aggiunta di un ulteriore vincolo, prespectivalness, che possiamo parlare della coscienza soggettiva. Egli riassume la “teoria dell’auto-modello della soggettività” come segue: “esperienza fenomenicamente soggettiva che consiste nel modellare in modo trasparente la relazione intenzionale all’interno di un modello globale e coerente del mondo, incastrato in una finestra virtuale di presenza”.
Questo riassunto, comunque, non racconta in modo completo la storia. Per un’ulteriore comprensione di quello che Metzinger vuole dire quando dichiara che il sé non esiste, si deve guardare anche da più vicino un altro vincolo: l’abilità di “attivazione non collegata”. Questo è il vincolo dove entra in gioco la nozione di simulazione. Questa nozione è centrale nella teoria di Metzinger perché egli considera la rappresentazione come uno speciale caso di simulazione. Infatti, noi non siamo mai in diretto contatto epistemico con il mondo, ogni rappresentazione è una simulazione. Ancora, ogni auto-rappresentazione è un auto-simulazione, perché esso non corrisponde mai rigorosamente all’attuale stato del sistema.
Per citare Metzinger: un modo fruttuoso per guardare al cervello umano e considerarlo come un sistema il quale, anche in stati ordinari di veglia, ha costantemente allucinazioni, come un sistema che costantemente si lascia ai suoi dinamici automatismi di simulazione che si scontrano con il continuo scorrere di input sensoriali.
Da questo ne consegue che uno si inganna da se stesso in almeno due modi fondamentali e inequivocabili. Primo, la rappresentazione naturale di sé non è disponibile all’introspezione, e così non è parte dell’esperienza fenomenica. Secondo, il contenuto stesso di questa rappresentazione non è mai esatta in quanto non corrisponde mai al tuo stato attuale. Tu vedi in modo allucinato te stesso e il mondo in cui vivi.
Metzinger rinforza la sua teoria testando il suo potere esplicativo attraverso il confronto con gli studi neuropsicologici. In due capitoli dettagliati, Metzinger mostra come ad una più attenta ispezione dei casi border-line si possono rilevare le assunzioni implicite e i deficit concettuali. Un largo numero di sorprendenti esperienze neuro-psico-patologiche o fenomeni non comuni, dall’agnosia alla sindrome di Cotard,, includendo i sogni lucidi, vengono spiegati usando la stessa struttura concettuale: quella offerta per mezzo del PSM e PMIR.
Sicuramente, questo prova il potere della teoria proposta. Comunque sorgono alcune questioni. Primo, se il sé è un’auto-rappresentazione, com’è una auto-rappresentazione opposta ad una non-auto-rappresentazione? Un elemento della risposta è dato per mezzo della differenziazione tra relazioni riflessive e mereological. Ma come fa il sistema a differenziare tra informazioni auto-relate e mondo-relate? Questa può essere vista “solo” come una questione empirica, la quale, oltremodo, è già in parte risolta.
Ma la questione qui, realmente in gioco, è: possiamo noi parlare di auto-rappresentazione senza presupporre un sé e la sua capacità per riconoscersi?
In ogni caso, anche se un sé deve essere presupposto, esso non è sicuramente il sé come definito per mezzo della filosofia tradizionale e della psicologia popolare.
Seconda questione, se l’informazione auto-relata è globalmente disponibile in un’informazione sistema-relata, perché si parla di auto-rappresentazione e non semplicemente di sitema-rappresentazione? Qui la risposta di Metzinger è esplicita e basata su una fondamentale nozione di trasparenza fenomenica. Una formulazione ricorrente di questa questione nella filosofia tradizionale, corrisponde alla richiesta di spiegare la transizione dalla rappresentazione non cosciente all’esperienza fenomenica che uno fa di sé. Metzinger rovescia la prospettiva: è precisamente perché l’intero-sistema-rappresentazione, rimane trasparente così l’esperienza fenomenica di sé, corrispondente, emerge e così essa diventa pertinente per parlare di un’auto-rappresentazione.
Una terza questione che riguarda la tesi di Metzinger è la seguente: possiamo noi credere che il sé non esista? Intuitivamente, assolutamente no, e Metzinger anticipa questo. Ma, la non esistenza del sé, è una conseguenza necessaria della teoria di Metzinger? Anche se il sé, così come viene descritto dai filosofi tradizionali, non esiste, bisogna ammettere che, il sistema fisico, rappresentando e rappresentato, lo fa esistere.
Metzinger accetta e collega questa necessaria assunzione esistente alla “variante naturalista del cogito Cartesiano”.
A questo punto della discussione, tuttavia, rimangono possibili due posizioni.
Primo, uno può pretendere, come fa Metzinger, che il sé è solo un’auto-rappresentazione fittizia.
Comunque, un’altra scelta possibile sarebbe stata sostenere che il sistema è capace di rappresentare il sé e nient’altro che un sé. In effetti, qualunque sistema, sia rappresentazionale che non, può dirsi un sé, se mai presenta le caratteristiche base di singolarità, individualità e, molto importante, autonomia. Sistemi auto-organizzati, così come gli organismi unicellulari base, presentano queste proprietà, e perciò possono dirsi sé in questo particolare senso. Perciò, dipendendo dalla sua organizzazione, un sistema capace di rappresentarsi dovrebbe anche essere un buon candidato per essere un sé di questa descrizione. Tra gli autori che propongono argomentazioni seguendo questa linea di pensiero sono, molti noti, H. Jonas, H. Maturana, F. Varela e E. Morin.
Queste due posizioni, quella appena descritta brevemente e quella di Metzinger, potrebbero non essere così diverse, entrambi dichiarano che il sé come esso è rappresentato ed esperito non è il sé come esso è in realtà. Entrambe le visioni concludono che la visione promossa dalla filosofia tradizionale e dalla psicologia popolare inganna. Il vantaggio della seconda visione è di allargare la discussione sul sé. In questa struttura l’auto-rappresentazione rivela l’esistenza di un sé, anche se, cosa sia realmente, rimane fenomenicamente non disponibile. Questa visione promette tutt’al più essere costruttiva per promuovere un’indagine interdisciplinare del sé, come Metzinger propone di fare.
Infine, la lunghezza di questo libro non dovrebbe bloccare chi è interessato a conoscere di più circa la sua esperienza del sé. Infatti, esso rende accessibile un discorso tecnico e dettagliato. Sebbene si potrebbe avere l’impressione della ripetizione in molti punti, si avrà anche la sensazione di penetrare nelle profondità di questo libro, e di guadagnarne nella conoscenza all’interno di alcune realtà del proprio sé, sia ad un livello epistemico che fenomenologico.