Il capitalismo di Stato in Cina e in Russia è un "castello di carte" destinato al fallimento. A emettere la dura sentenza sul sistema economico adottato, seppur con modalità diverse, da Pechino e Mosca è la rivista Forbes attraverso un suo prestigioso opinionista, Paul Roderick Gregory. Per sostenere la sua tesi, il columnist americano parte dalla definizione di capitalismo di stato come lo intendeva Lenin: un sistema di "alture dominanti" composto da grandi imprese e gruppi controllati dallo Stato in funzione degli interessi della classe operaia. Secondo Gregory, già quel modello, utilizzato nel 1920 in Unione Sovietica, è stato soppiantato dall'economia di comando di Stalin. Esperimenti falliti sono stati anche il dirigismo mangialumache nel dopoguerra e la politica industriale del Giappone. Eppure, nota il commentatore di Forbes, l'approccio del capitalismo di Stato è ancora utilizzato in Cina e in Russia, come detto, in Brasile e in molti altri Paesi del mondo.
Il caso della Russia
Per quanto riguarda la Russia, Gregory afferma che la gestione Putin ha creato un sistema capitalistico in cui la corruzione è alle stelle, i favoritismi sono all'ordine del giorno e c'è estrema incertezza sui diritti di proprietà. A detta dell'opinionista, gli imprenditori russi stanno cercando in tutti i modi di abbandonare il Paese e portare con sé più denaro possibile. Molti di loro si sarebbero già trasferiti con le proprie famiglie negli Stati Uniti, in Germania o in altri Paesi più liberali dal punto di vista economico. Solo Berlino ospiterebbe circa duecentomila russi che attendono tempi migliori nella loro madrepatria. "Il capitalismo di Stato in Russia non riesce a trattenere in patria gli imprenditori russi. Il loro grande talento e le loro risorse stanno fuggendo altrove", osserva Gregory su Forbes.
La situazione in Cina
Anche in Cina, secondo Gregory, la situazione non è migliore rispetto a quella russa. Il capitalismo di Stato adottato dalle autorità di Pechino viene presentato come un modello in grado di rimpiazzare il capitalismo americano "fallito" e capace di portare alla crescita continua del Paese e di dare infinite opportunità per la business class cinese. Nonostante ciò, spiega il columnist, un recente sondaggio dimostra che più di metà dei miliardari cinesi sta prendendo in considerazione l'ipotesi di lasciare il Paese. Stando alle loro affermazioni, la motivazione di una fuga dalla Cina risiede nella voglia di trovare all'estero delle condizioni di vita migliori. In realtà, sostiene Gregory, ciò che li spinge a partire sono i rischi legati al fare affari in Cina.
Perché vanno via?
Infatti, si chiede l'analista di Forbes, "se il capitalismo di Stato è così grandioso, perché i migliori imprenditori di Russia e Cina vogliono andare via?". Secondo Gregory, i motivi sono due. Il primo è la condizione di profonda incertezza per l'imprenditoria. Il modo più rapido per accedere alla ricchezza in questi Paesi è puntare sugli agganci con lo Stato e con i partiti politici. E' lo Stato a rilasciare le licenze e a tenere lontani potenziali competitor. "Ma ciò che lo Stato dà, lo Stato può togliere", sentenzia Gregory. Il benefattore pubblico di turno può perdere la sua posizione oppure spostare la "sponsorizzazione" su altre imprese rivali. Così, la licenza da cui dipende un'azienda, un business, può essere tolta e trasferita a "qualcuno che offre tangenti più elevate". Il successo di un imprenditore dipenderebbe quindi sempre dai "capricci" delle autorità statali e dei loro parenti. "Si può perdere tutto nel giro di una notte. La cosa migliore è andare via finché si è in tempo", sostiene Gregory.
La seconda causa della fuga degli imprenditori cinesi e russi dai loro Paesi d'origine è il fatto che se anche un business man offre un prodotto o un servizio di qualità, questo non lo tiene al riparo da possibili ritorsioni da parte dello Stato. Gli uomini più influenti in ambito pubblico possono trovare da un momento all'altro qualcosa che, secondo loro, non è in regola nell'azienda (un problema con le licenze, una violazione degli standard ambientali, una irregolarità con il fisco) e imporre ai proprietari di vendere l'azienda a determinate persone e a determinati prezzi.
"Un approccio destinato a fallire"
"Quando le elite degli affari in Cina e in Russia se ne vanno, le loro aziende passano in mano a persone le cui uniche competenze sono il pagare tangenti, l'utilizzare agganci e il ricorrere alla corruzione", dice Gregory. Gli unici aspetti che non fanno sembrare fallimentare il bilancio del capitalismo di Stato in questi due Paesi sono gli alti prezzi dell'energia in Russia e il ritmo della crescita economica in Cina (che comunque, osserva l'opinionista, è dovuta soprattutto ai bassi costi del lavoro). In realtà, conclude Gregory, le conseguenze di questo approccio sbagliato verranno alla luce e "saremo tutti sopresi nell'apprendere che il capitalismo di Stato cinese e russo erano castelli di carte".
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