Ciò che fa aumentare il tasso d’interesse dei titoli di Stato nelle periferie europee non è il fatto che gli Stati siano ‘spendaccioni’, quanto gli squilibri commerciali interni.
Ormai la cosa non è piú sostenuta soltanto dai marxisti come Brancaccio, ma anche gli economisti di area liberale (Phastidio) cominciano a sposare questa tesi, mentre altri si ostinano a sostenere l’austerità.
Brancaccio sostiene che per salvare l’unità europea sarebbe necessario che la BCE diventi prestatore di ultima istanza, e che gl’investimenti pubblici diventino un nuovo motore di sviluppo Europeo che contrasti gli squilibri interni.
L’alternativa è che i Paesi periferici riducano diritti, salari, occupazione, o che si sgancino dall’euro per evitarlo, eventualmente tornando a politiche di tipo protezionistico.
Segue wall of text

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Cassandra Crossing (di Emiliano Brancaccio)Apprezzo il blog di Seminerio e sono lieto che egli faccia notare come sia ridicola l’idea che io possa esser considerato l’artefice della benefica sindrome che va diffondendosi in questi mesi presso gli alti ranghi delle istituzioni monetarie e finanziarie (dopotutto io leggo Blinder dai tempi di “Is there a Core of Practical Macroeconomics…”, non certo viceversa). Tuttavia è vero che lo avevo preannunciato (con molti altri) in tempi non sospetti: le politiche restrittive stanno facendo piombare l’Europa in
una nuova recessione, rafforzano la tentazione dei paesi indebitati verso l’estero di sganciarsi dalla moneta unica, riconquistare la sovranità monetaria e svalutare, inducono quindi gli operatori finanziari ad esigere spreads più elevati per cautelarsi contro un
rischio di cambio e dunque ci sospingono verso la
deflagrazione della zona euro.
Per comprendere
quanto siamo lontani da una soluzione della crisi, basta tener presente che per salvare l’unità europea avremmo bisogno non solo dell’agnognato
prestatore di ultima istanza, che tarda ad arrivare, ma anche e soprattutto di un
nuovo motore interno dello sviluppo economico europeo, fondato su programmi coordinati di investimento pubblico e di riequilibrio tra i conti esteri dei paesi membri dell’Unione.
Se una svolta in questa direzione non dovesse compiersi, la crisi della zona euro si intensificherà e si porrà il problema di
scegliere tra due opzioni, entrambe in grado di toglierci il sonno: subire passivamente una “mezzogiornificazione” delle periferie europee oppure delineare una modalità “pilotata” di uscita dall’area euro che contempli, se necessario, anche una ridefinizione degli accordi di libero movimento dei capitali e delle merci.
Alcuni “reminders” per approfondimenti:
Il punto di vista del creditore fa danni (Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2011)La bilancia commerciale? pesa quanto deficit e debito (Il Sole 24 Ore, 19 agosto 2011)Ma il vero problema è il deficit commerciale (Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2011)Lettera degli economisti contro le politiche restrittive europee(10 giugno 2010)Clamorose scoperte nella ricerca economica (Phastidio)Interessanti riflessioni di Alan Blinder, ex banchiere centrale della Fed, riguardo il meccanismo di aggiustamento di uno squilibrio commerciale, che è il problema che sta facendo fallire l’Eurozona. E buon per lui che non lo fa in Italia, perché qui sarebbe stato arruolato a furor di popolo (austero) tra le file degli economisti comunisti, per rito officiato da qualche prestigioso accademico il cui antiberlusconismo ha finito con il produrre delle tossine genuinamente berlusconiane.
Scrive dunque Blinder, tenetevi forte perché si tratta di una scoperta che potrebbe valergli il Nobel:
Cita:
Ci sono tre modi per gli altri paesi per chiudere il gap con la Germania – e ricordate, il gap è ampio. Primo, la Germania può scegliere deliberatamente di conseguire un’inflazione più elevata dei suoi partner europei, ad esempio implementando un ampio stimolo fiscale o ponendo termine alla moderazione salariale. Come si dice “questo non accadrà” in tedesco?
Secondo, gli altri paesi possono realizzare miracoli di produttività simil-tedesca attraverso riforme strutturali mentre la Germania, parlando in termini relativi, resta ferma. Buona fortuna. E anche se ciò in qualche modo accadesse, la tempistica è completamente sbagliata. Le riforme richiedono anni per produrre frutti, mentre i mercati finanziari contano il tempo in secondi.
Terzo, gli altri paesi possono sperimentare deflazione, il che significa un prolungato declino sia nei prezzi che nei salari, che è incredibilmente difficile e doloroso. E generalmente accade solo durante protratte recessioni. Purtroppo, questa può essere la via d’uscita più probabile.
Dove “la via d’uscita più probabile” significa una serie di default, per manifesta insostenibilità del costo del debito sovrano. Incredibile, non trovate? Anche un ex Fed affetto dalla sindrome di Emiliano Brancaccio, o della copiaincollatura. Da libri di testo, nel caso di specie. In che mondo viviamo, signora mia. Aspettiamo ondate di sdegno degli austerici di casa nostra, che inviteranno ad
aumentare il nostro tasso di risparmio: la via migliore per trasformare la recessione in depressione, aumentare l’onere reale del debito e schiantare il paese sulla strada del moralismo inflessibile.
Lo squilibrio dell’Europa non è fiscale ma commerciale (Phastidio)In queste settimane di crisi dell’Eurozona, molti commentatori ed “esperti” insistono a sposare la linea tedesca sulla vera natura della crisi dell’Eurozona, vista come un caso di dissipatezza fiscale. Le cose non stanno in questi termini, a parte il caso della Grecia (che è anche e soprattutto un patente caso di frode contabile sovrana): la crisi nasce da un irrisolto squilibrio delle partite correnti, cioè dall’interscambio commerciale intracomunitario.
Lo scorso anno, la Germania ha registrato un surplus delle partite correnti del 5,7 per cento del Pil, persino maggiore di quello della Cina, che si è fermata al 5,2 per cento di Pil. Questi surplus devono essere riciclati in qualche altra parte del mondo. Un surplus delle partite correnti, in sostanza, non rappresenta altro che un eccesso di risparmi domestici sugli investimenti domestici. Un paese che ha un surplus delle partite correnti deve, per definizione, acquisire attività estere. Ma così facendo può determinare problemi economici transfrontalieri.
E questo è il punto fondamentale con cui confrontarsi: un surplus delle partite correnti è uno squilibrio, esattamente come lo è un deficit, che del primo è immagine speculare. I cinesi di solito riciclano il proprio surplus delle partite correnti comprando titoli di stato americani. In altri casi gli investitori hanno cercato rendimenti elevati ed illusoriamente sicuri comprando titoli subprime e vari strutturati. I tedeschi riciclano abitualmente il loro surplus commerciale senza assumersi rischio valutario, cioè comprando soprattutto titoli di stato dei paesi dell’Eurozona in deficit commerciale. Da qui si è originata e si origina la “intossicazione” del sistema finanziario.
Come si riassorbe un surplus delle partite correnti? In due modi: o la Germania esporta di meno, o importa di più. La prima ipotesi ha una elevata probabilità di avverarsi, se i PIIGS seguiranno la strada greca, lastricata di strette fiscali. In quel caso lo squilibrio si sanerebbe, con alta probabilità, con una serie di default in Eurozona. L’altra modalità di rientro del surplus commerciale tedesco potrebbe avvenire se la Germania decidesse di giocare il proprio ruolo di locomotiva europea, stimolando quindi la propria domanda interna. Ciò spingerebbe le importazioni tedesche ed esporterebbe in Europa un minimo di crescita. Ma questa eventualità causerebbe, con buona probabilità, una certa pressione inflazionistica in Germania. Se da un lato ciò sarebbe utile per il riequilibrio dell’Eurozona, dall’altro è verosimile che la sola ipotesi troverebbe la feroce opposizione dei tedeschi, per il noto mantra dei motivi storico-culturali.
Quello che molti politici e commentatori (tedeschi e non ) non riescono a comprendere è che lo squilibrio europeo non deriva da dissipatezza dei conti pubblici, tranne il sopracitato caso della Grecia. Spagna e Irlanda avevano surplus di bilancio pubblico e rapporti debito-Pil nettamente inferiori alla Germania, prima dello scoppio della crisi. L’eccesso di indebitamento privato, quando ha smesso di essere finanziato da capitali privati, si è scaricato sui bilanci pubblici sotto forma di salvataggi, trasferimenti quali sussidi di disoccupazione e minore gettito fiscale. I bilanci pubblici si sono quindi sostituiti a quelli privati, e da quel momento la vulgata degli stati spendaccioni si è potuta affermare, in tutta la sua fallacia.
Se in Eurozona non vi fosse un’unica moneta, il problema degli squilibri commerciali si sarebbe risolto con una svalutazione della moneta dei paesi in deficit. Il marco si sarebbe apprezzato, la lira, la peseta e l’escudo deprezzati. I tedeschi avrebbero compensato comprando aziende italiane, come già fecero nel 1992, con l’uscita della lira dallo SME. In quella occasione, ad esempio, Deutsche Bank si insediò in forze in Italia, a buon mercato. Avendo invece una sola divisa e nessun meccanismo comunitario di gestione degli squilibri commerciali, l’Eurozona si è incamminata a passi spediti verso un elevatissimo rischio di default, che è il meccanismo attraverso il quale tali squilibri si risolvono. A meno di puntare su una svalutazione interna, cioè su elevata disoccupazione e tagli feroci alle retribuzioni nominali dei paesi in deficit commerciale verso la Germania. Tutto si può fare ovviamente, ma abbiamo l’impressione che questa via sia costellata di enormi tensioni sociali, per usare un eufemismo.
Poiché nulla è stato stabilito riguardo il rientro degli squilibri commerciali intracomunitari, il mercato è tornato a scommettere su un esito traumatico dell’intera vicenda. In un simile contesto, ciò che il nostro paese può fare non è moltissimo. Ma una cosa deve essere chiara: il pareggio di bilancio ottenuto solo attraverso strette fiscali e senza un processo di liberalizzazioni di tutta l’economia, è il traghetto per la Grecia. E’ la natura stessa della crisi che ci impone di diventare più competitivi, e non solo di raggiungere il pareggio contabile. Quest’ultimo potrà (forse) compiacere i tedeschi e quanti si ostinano nella narrativa dello stato spendaccione, ma è anche il modo migliore per impiccarsi in una spirale mortale. In questo senso, il rinvio di ben un anno dell’intero processo di liberalizzazione dell’economia italiana rischia di rivelarsi esiziale, per mancata comprensione delle radici della crisi. Per uccidere di tasse i contribuenti italiani non serviva il presidente della Bocconi.